Matera

Matera.
Come suona bene questo nome, come è familiare.
A cosa somiglia, se non a "materia"?
E come si fa, qui, a non essere rapiti, posseduti, dalle diverse forme della materia?
Liquida, nei palombari, le cisterne scavate come un termitaio sotto la città.
Solida, nelle pareti calcarenitiche delle case grotta e delle chiese rupestri.
Gassosa, nel vento che schiaccia le erbe basse e fa vibrare le ferule della Murgia.


"Un luogo così straordinario che mi risulta difficile da descrivere, sia a parole che con le immagini. Bisogna camminarci per ore, su e giù tra i Sassi, scendere nel ventre delle cisterne sotterranee, entrare di nascosto nelle case grotta ancora abbandonate e respirarne l'odore nauseabondo, lasciarsi ipnotizzare dai volti dei santi scrostati nelle umide chiese rupestri, mettersi umilmente in ascolto degli echi della storia, lasciandosi poi travolgere dall'emozione che suscitano le parole di Carlo Levi e i volti dei bambini nelle fotografie d'epoca.
Tutto questo per iniziare soltanto minimamente a capire."


Questo mi appunto dopo il primo giorno e la prima notte qui.
E' davvero difficile ascoltare, capire.
Troppe voci antichissime ammassate nei sedimenti di questa storia millenaria.
Troppe urla moderne e rimbombanti in attesa dell'anno di consacrazione turistica della città.
Troppi click di smartphone a mezzasta. 
Un brusio costante, tra gli echi grevi del passato e i sibili acuti della contemporaneità.
Ci vorrebbe un Virgilio, una vera guida.




Gustando una bruschetta al pomodoro fresco, appoggiata su un pane dalla crosta scura a dir poco divino, con ancora in bocca il sapore delle cime di rapa e dei peperoni cruschi divorati la sera precedente, innaffiati da abbondante, graffiante e delizioso vino rosso, ci viene un'intuizione.
Lasciamoci guidare da chi conosce e riconosce il valore di questa terra senza sbandierarlo in pacchetti viaggio patinati.
Chiediamo alla pesona giusta: l'ironico, appassionato e un po' mistico Michele, che ha viaggiato mezzo mondo per poi tornare qui per dedicarsi alle sue due camere in affitto.
Ci indica Adriano, una tra le prima guide a Matera, uno dei primi nuovi abitanti dei Sassi, quando ancora tornare a vivere qui era considerata una mezza eresia, mentre oggi in tantissimi farebbero la fila.
Vogliamo oltrepassare la Gravina, osservare Il Sasso Caveoso, il Barisano e la Civita dalla giusta distanza, per cacciare quelle troppe voci. Vogliamo abbassarci sotto al livello del grande parcheggio panoramico traboccante di bus, moto e camper.
Dobbiamo trovare un angolo silenzioso e nostro, per capire.


Adriano ci comprende al volo e ci porta in un luogo battuto dal solo rumore del vento, mostrandoci, passo passo, cosa abbiamo sotto ai piedi, i tesori nascosti tra le erbe della Murgia Timone.
Tombe del neolitico, resti di insediamenti antichi come l'uomo, ferule e timo selvatico, mentre i falchi grillai stridono sopra le nostre teste. Tutto tanto straordinario quanto sconosciuto. Ciò che tira, quassù, è il panorama su Matera, la balconata perfetta per i selfie.


Camminiamo soli, su stretti sentieri, in un silenzio delizioso. Arriviamo alla chiesa rupestre dove Pasolini girò la scena della resurrezione, poi in altri suggestivi luoghi di culto scavati nella roccia. Infine, in un vecchio insediamento di pastori e agricoltori, una terrazza naturale abbarbicata alla parete rocciosa dove tra aberi di ulivo, terra di riporto, canalizzazioni per l'acqua e veri e propri "piani cucina" scavati nella calcarinite, era possibile essere quasi autosufficienti. Miracoli architettonici nati al tempo stesso dalla miseria e dalla incredibile resilienza di questa umanità in bilico tra gli elementi.
E' li che, come accade in ogni viaggio, avviene quel momento in cui un luogo "mi parla" e mi rapisce davvero.


Matera è lì di fronte, assomiglia a una curiosa scultura di un artista folle. Adriano esce un po' dal suo ruolo "istituzionale" e ci racconta della passione di quelle prime giornate, tra gli anni ottanta e novanta, passate a svuotare i Sassi da ogni genere di immondizia, con la convinzione di avere tra le mani un gioiello dimenticato. E della foga di chi, oggi, in una chiesa antica di cinquecento anni vuole, e spesso può, costruire un bar alla moda per mettere in scena vuoti happy hours. Ci narra di quei Sassi tutti da scoprire e di questi, un po' da spolpare. Ci racconta di sua mamma, che da vecchia abitante di quel girone dantesco che furono i Sassi nei primi del novecento, si dimostrò contrariata a tal punto della scelta del figlio, cioè di tornare a vivere nella Matera Vecchia, che dovettero passare dieci anni prima di vederla bussare alla porta della sua casa grotta restaurata... Questa è Matera! Un ingarbugliato rivolo sotterraneo tra passato e futuro. 


Mi viene da pensare che in fondo Matera è una grande metafora.
Del nostro Paese, di quello che siamo, ma anche di ciò che rischiamo di diventare.
Abbiamo per le mani tesori di valore immenso e quando finalmente ci decidiamo a dissotterrarli corriamo il serio rischio di togliergli l'anima. 
Ci facciamo affascinare dall'esotismo senza curare i dettagli che contano.
Non ci rendiamo conto che la forza profonda di questi luoghi non è quella del "luna park", ma sta nella somma delle vite, delle storie degli uomini che per millenni hanno costruito esistenze in questi ambienti così diversi, così unici.

Matera è ancora bellissima, perchè ancora è possibile respirarne l'anima, fatta di odori pungenti, di profumi, anche di puzza.
Riusciremo a tenerci stretta tanta bellezza e diversità o spalmeremo anch'essa con un'insipida salsa patinata che ha già appiattito troppi luoghi? C'è un modo per farlo o è tutto inevitabile?

Mi restano questi dubbi, mentre rientrati al parcheggio Adriano zigzaga velocemente tra centinaia di camper, pulman, automobili e motociclette che nel frattempo hanno invaso il grande terrazzone sulla città vecchia, tra ragazzi in ciabatte che per poco non rotolano nella gravina, sfidando la gravità per postare una foto ricordo "che spacca". 


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