Maremma a due ruote


"Orbetello, mattina presto.
Un cappello nero di nubi è appoggiato sull’Argentario, la laguna è tinta di un grigio metallizzato. Fa freddo, non c’è in giro nessuno, il Monte incute timore reverenziale. Mi copro bene e parto comunque, lascio la linea bianca di destra e conquisto finalmente il centro della strada, fino a ieri intasato di Suv. Una luce radente, piano piano, inizia ad invadere i porti, salendo dal basso. Sento che bucherà il grigiore proprio mentre ci entrerò dentro, in salita. Mi basta questo per ritrovare la forza che dal cervello scende alle gambe, indolenzite dalla sfacchinata di ieri.

Oggi è paesaggio di promontorio: porti, scogliere, faraglioni, cale, mare blu in prospettiva quasi zenitale, ville sparse e poi lingue di pineta, sottili come tendini, verso la terraferma.

Ieri era paesaggio di Maremma, plasmato dall’uomo, dolce e amaro. Vedute diversissime nell’arco di una manciata di chilometri: stabilimenti balneari, gallerie vegetali e poi colline ad uliveti, querce secolari, greggi al pascolo, verdura venduta agli angoli delle vie."


La partenza scelta è stata Follonica, l’arrivo previsto Capalbio scalo, con passaggio sull’Argentario e ritorno in treno. Due giorni in bici, da solo, per le strade di Maremma.


Parto su piste ciclabili intasate di pedoni ed esco dall'abitato di Follonica in una campagna dove due diversi profumi si incontrano: l’odore di mare che proviene da destra, quello di campagna, di terra e letame, da sinistra. Decido presto di deviare per una divagazione, come mi capita spesso. Mollare la linea dritta, immaginaria, che traccerebbe il navigatore satellitare (che non ho) mi diverte, è un gesto anarchico. Pura libertà a pedali, controvento.

Arrivo a Punta Ala per una stradina secondaria meravigliosa. È quasi Irlanda: la striscia d’asfalto sconnessa ospita a malapena una macchina, la vegetazione è bassa e rada, campi coltivati, arbusti e ulivi sono abbracciati da irte colline. Lassù, sopra al Tirreno, un cielo di bianchi enormi nuvoloni è la ciliegina sulla torta. Punta Ala, però, è terra di dominazione di ricchi amanti della spiaggia, sin dai tempi del "Sorpasso" di Dino Risi. Macchinoni lucidi mi fanno il pelo, accelerando. Siepi altissime, mura di cinta e recinzioni occultano la vista dalla strada sul mare: per vedere devi entrare (e molto probabilmente consumare). Alcune macchie di blu intenso, tra i pini e le dune, lungo il rettifilo della strada principale, mi bastano a placare la sete di selvaggio paesaggio costiero che accumulo da giorni, poi marcia indietro! Non mi sento a mio agio. Il ciclista lento, con i borsoni, è guardato male dai “colleghi” ipersportivi e dai guidatori di catafalchi metallizzati.



Mi consola, lungo la via, un ragazzo che raccoglie asparagi al limite del bosco, che sorride vedendomi passare. Poi mi fa tornare il buon umore una prostituta nigeriana che incontro arrancando in salita, verso lo svalico per Castiglion della Pescaia. Passo forse troppo lentamente nel suo “territorio”, così lei, leccandosi le labbra e ridendo, mi chiede se voglio scendere dalla sella per riposarmi un po’ tra le sue grazie. La risata mi spezza il fiato, rompe l’andatura, quindi rallento e credo, per un secondo, che si convinca del fatto che stia davvero per accettare.



Passo Castiglion della Pescaia, brulicante di gente tranquilla al sole, sui pontili, tra i fari, e arrivo a Marina di Grosseto, attraversando una lunga, piacevole, fresca galleria di pini domestici. Belli i pini, che con l’ombra di quelle grandi chiome ad ombrello sono una manna per la pelle, che già sento bruciare dal sole accumulato fin qui. Belli ma anche un po' maledetti dalla categoria di chi si muove seduto su un sellino: le grandi radici invadono e alzano l’asfalto, provocando un contino massaggio tutt’altro che piacevole al sedere del povero ciclista.


Mangio un po’ di frutta secca a Marina di Grosseto, sosta vista mare in spiaggia libera, tra un tripudio colorato di aquiloni e vele spiegate di wind-surfer. Bambini corrono urlando sulla spiaggia mentre i genitori crollano di stanchezza sulle stuoie.
È il momento della deviazione: i miei piani immaginari, prima del viaggio, erano di tagliare dritto, verso Alberese e l’Uccellina, fino a Orbetello, lungo costa. Invece ciò è praticamente impossibile per il ciclista: c’è la linea d'acqua dell'Ombrone da superare e il primo ponte è a Grosseto. E poi c’è la ferrovia e soprattutto l’Aurelia, superstrada vietata alle due ruote senza motore, in alcuni tratti unica via. Non nascondo un po’ di rammarico. In altri Paesi, prima di costruire la superstrada, avrebbero sicuramente immaginato un ponte alternativo, un passaggio ciclabile. In Italia no. Per uscire dal groviglio bisogna lasciare la costa e imboccare l’entroterra maremmano.
La immaginavo una scocciatura, ma si rivelerà una bellissima avventura, Maremma maiala!


Verso Grosseto la ciclabile è nuova di pacca, larga, ben tenuta. Segno che qualcosa sta cambiando, anche in quest'Italia refrattaria a chi viaggia camminando o menando sui pedali. Incrocio anziani signori in sella a vecchie Bianchi tenute come reliquie. Dall'abbigliamento e dal colorito deduco che siano scappati dalla città in direzione spiaggia. Devono essere lucertole da mare, amanti del sole sulla pelle, li immagino assorti in cruciverba e in occhiatine alle bagnanti di qualche decennio più giovani.
Passo veloce Grosseto, seguendo le indicazioni dei "percorsi cicloturistici maremmani" (cartelli anch'essi nuovi di pacca).  La città sonnecchia in questo sabato assolato e deserto.
Mi immetto nel sottopasso della ferrovia, salto via l'Ombrone per piegare infine a sinistra e passare, finalmente, sotto alle gambe dell'Aurelia. Il dribbling è compiuto, mi immetto sulla "Strada Comunale Grancia", grazioso saliscendi campestre, e sento invadermi dall'odore d'erba, dal fremito del vento che accarezza il grano. I polpacci si induriscono, il paesaggio si innalza, ciao mare, ciao pianura, arrivederci.


Colline di Maremma, nuvoloni che paiono disegnati, pali telefonici come nodi di una rete infinita che si inerpica verso l'Appennino, campi ben tenuti, saliscendi continuo dentro una cartolina. La Comunale Grancia è davvero affascinante, di una bellezza semplice e vissuta. Alberi innestati di recente, a bordo strada, mi suggeriscono che qui è ancora viva la cultura contadina che tutti ammiriamo dalle città, ma che in pochi amano davvero, sporcandocisi le mani e innaffiandola di sudore.

 
Polpacci duri: inizia la salita verso Montiano. La affronto con calma e determinazione, facendomi dare il ritmo da una canzone a me cara, canticchiandola col fiatone.
Questi momenti, in bici, sono magici: fai fatica, ma senti che hai energia, tutt'intorno è pace e silenzio, qualcosa di chimico entra in circolo e fa salire una rara euforia.
Rapporto agile, tornanti secchi, salgo fino al paesino che, arroccato su un colle, domina il territorio circostante: vedo l'Argentario, verso mare, la mia meta, e la tovaglia a schacchi irregolari del paesaggio toscano, verso monte. C'è un silenzio totale, non un'anima viva nella piazza della chiesa, tra le vie e le case di sasso della zona alta. Più in basso, un signore a petto nudo legge un libro coricato su una sdraio, in mezzo a una via, e infine una scena incredibile in quest'atmosfera: un bus e il furgone di un corriere, spuntati da chissà dove, si incastrano letteralmente nelle viuzze del borgo, mentre i rispettivi autisti bestemmiano in toscano, con la "c aspirata".


Prima di precipitare verso mare mi godo il sali scendi tra Montiano e Magliano. Qui sembra Sardegna: greggi di pecore, sughere, strade bianche fumanti nel sole.
Lungo la Provinciale Sant'Andrea vedo un cartello e d'istinto piego il manubrio: "Abbazia di San Bruzio". Lungo una strada di ghiaia vedo comparire il profilo dei resti di una chiesa romanica, vecchia di mille anni, senza più il tetto ma con ancora ben visibili le volte, le nicchie e i capitelli decorati. Un luogo straordinario, apparso così, per caso, dal nulla, inaspettato. Appoggio la bici e in silenzio vago tra i resti della chiesa. L'atmosfera è metafisica.
Mi corico all'ombra di un ulivo e scrivo, sopraffatto dalla bellezza.



"In Italia ti può capitare, così per caso, all'improvviso, di trovarti di fronte a ciò che resta di un'antica Abbazia, vecchia di mille anni, di pietra bianca, accecante. Scoperchiata: un rudere, un meraviglioso rudere tra campi e ulivi. Per gli uccelli è un sensazionale posatoio. Da qui si lanciano nel cielo maremmano e qui tornano a riposare. Per il viaggiatore che ancora sa stupirsi è un eco del passato, della storia di cui questa terra è gravida, i cui suoni arcaici vibrano nel vento. Quel passato che, a chi viaggia con lentezza, sussurra, parla, canta."

E' in questi rari momenti di rapimento che un viaggio acquista significato. Che la fatica viene ripagata in pieno da una moneta che va oltre ogni valore materiale...


Ho perso una marea di tempo e la meta è ancora lontana. Pedalo e pedalo, ormai sfinito, le gambe dolenti e una fame da lupi. Altro dribbling all'Aurelia, poi il "tendine" di terra ferma della Feniglia e infine Orbetello, dove mi accolgono una buona birra gelata e una cena che riassume l'anima dei differenti paesaggi solcati da me e dal mio cavallo a due ruote: spaghetti alla chitarra con... cozze e pecorino, in un locale alla buona dove all'ingresso campeggia la scritta: "Qui si mangia male e si spende tanto". Fantastico.


L'indomani, appena svanite le cupe nubi dell'alba, è l'Argentario a lasciarsi conquistare: i due porti, la strada panoramica, irta e spettacolare, a picco sul blu del Tirreno, e infine la lingua della Feniglia, sei chilometri di rettilineo in terra battuta, tra pini maestosi.


A Orbetello scalo, a poche decine di metri dalla stazione, trovo una buona trattoria dove rifocillarmi. Parcheggio la bici tra decine di altre biciclette da cicloturismo munite di borsoni, con un logo familiare.
Su un tavolone pieno di ogni ben di dio, sento risate esagerate dall'accento straniero.
Gli americani! La stessa organizzazione di viaggi in bici incontrata lungo il Danubio la scorsa estate!
Anche in questo caso mi intrattengo con la responsabile del gruppo, che mi esterna tutto il suo amore per la bicicletta, il paesaggio, il cibo, il vino la gente italiana. Che terra ci è stata donata, quante opportunità se solo riuscissimo a valorizzarla meglio, senza snaturarla col turismo di massa, mordi e fuggi, ma legandola sempre più a queste forme di viaggio lento e intelligente, che entra nei luoghi con rispetto e in punta di piedi...


Mentre il treno regionale cigola e sbuffa mi perdo fuori dal finestrino. Rivedo alcune delle strade solcate all'andata, mentre i mei compagni di viaggio sono chini, sguardo fisso sugli smartphone.
E mentre il paesaggio maremmani mi ripassa di fronte, molle, stiracchiato, deformato dalla velocità del treno, mi perdo nei miei pensieri, già immaginando il prossimo viaggio.


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