Sali, e sali...


In ogni viaggio, anche in quello più rapido, lungo un giorno, dietro casa, il momento più difficile è la partenza.
Certi uomini sono nomadi nell'animo (e io tra quelli, o così mi pare), ma tutti, chi più chi meno, siamo pigri e stanziali per natura; si tratta di una forma atavica di sopravvivenza, di un istinto animale: se non serve, se tutt'intorno a noi c'è cibo e rifugio, se non ci sono minacce, perchè partire?

Qualcosa, forse qualche "neurone burocrate", pallido e in cravatta, spinge a non mollare gli ormeggi, ci frena, ci suggerisce mille scuse per non lasciare il cortile.
Una nuvola in più del previsto in cielo, un ritardo nella tabella di marcia, un dubbio sul percorso, un leggero dolore a una gamba, un senso di responsabilità fino a ieri sopito, un po' di paura per quello che "potrebbe succedere".


Ma poi, per fortuna, spesso si parte davvero.
Si dà ascolto a quell'altra voce, che non parte dalla testa ma da cuore, dai polmoni, dalla pancia. 
Se la decisione è presa, poi bastano pochi passi, i muscoli risvegliati dal torpore, il fiato leggermente più corto, il primo rivolo di sudore lungo la schiena, a scatenare un processo irrefrenabile.
Sali e sali...


Quel mattino in Carnia, in un giorno di una primavera infilato a forza dentro al quattro di Gennaio, volevo solo fare "due passi", così, per sgranchirmi, su per la strada forestale fino a Malga Pramosio.
Ma poi sali, e sali... il sole che scalda, il paesaggio che cambia, il panorama che si apre sempre più, le cime che chiamano... ancora un po', ancora un po', mi dissi.


Sali e sali... panorami da mozzare il fiato, silenzio di vecchie trincee, un sentiero sconosciuto che si stacca in salita sulla sinistra, quel dolore alla gamba scomparso, polmoni liberi, battito sotto controllo, voglia matta di salita ancora, nell'unicità di queste Alpi invernali senza neve, spoglie, tanto belle quanto spaventose.



Sali e sali... una visione poco più in alto, l'ombra in controluce di due figure, in una scena che mi commuove sempre un po': un babbo e un bimbo insieme, in montagna.


Sali e sali... li ho seguiti, raggiunti, e insieme abbiamo toccato la vetta della Creta di Timau, dopo 1.300 bellissimi metri di dislivello, scambiandoci parole che escono con naturalezza, senza filtri, solo sulla cima dei monti, dopo una faticata.
La spensieratezza leggera di quel bambino, per nulla stupito di essere dov'era, semplicemente contento di aver giocato a un gran bel gioco, è stata uno schiaffo benevolo a me e al padre, entusiasti e frenetici come cani liberati dal guinzaglio, ad annusare, ad annaspare ogni secondo di libertà sempre più raro nel nostro mondo adulto.



Sali e sali... e poi scendi, per forza.

E in discesa mi sono imbattuto, senza volerlo, nella targa in ricordo di Maria Plozner Mentil di Timau, portatrice carnica, ferita a morte nel 1916 da un cecchino austro-ungarico mentre si riposava dovo aver rifornito, gerla in spalla, la prima linea del fronte. La caserma intitolata a suo nome, unica in Italia a portare un nome femminile, è stata recentemete demolita, dopo anni di abbandono. Peccato, anche se è lassù, tra rocce ed erba, che il suo nome deve restare, per sempre aggrappato ai pascoli di Pramosio, abbellito dei fiori di chi ha ancora la memoria, la voglia, il cuore di venirla a salutare.

Cosa sono, ho pensato, queste poche centinaia di metri di dislivello a confronto delle fatiche di queste donne e di quei poveracci lassù nei buchi, in trincea?


Cosa vogliono dirmi, ho riflettuto, quel bambino e questa donna, morta a trentadue anni, che potrebbe essere sua madre?

Sali e sali... mi sento ripetere.
Sali e sali... l'eco risuona e poi si perde, nella Valle del But.


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