Il Paese delle tre fontane


Ritornare.
Cosa significa ritornare?
Semplice sinonimo di tornare, questo verbo, se usato come transitivo, assume anche un'altra accezione: restituire, rendere, portare indietro.


A volte tornare in un luogo caro, carico di significato, serve proprio per restituire, perchè penso che un luogo che ha dato tanto meriti qualcosa in cambio: una visita, un sorriso, qualche fotografia, per rendere lucida la memoria, per non sfocare i ricordi, per fare conoscere ad altri che quel posto c'è, esiste davvero, esiste ancora.


Mione, Carnia, il curioso paese delle tre fontane, della casa dalle cento finestre, della via che lo percorre a girotondo, è il luogo dove tanti bambini e ragazzi del mio paese hanno passato indimenticabili vacanze estive con la parrocchia.
Un appuntamento fisso dai 7 ai 20 anni. Una tappa di esperienza e di crescita che tutti coloro che l'hanno vissuta ricordano con una stretta al cuore. Un luogo magico di libertà per una folla di gioventù che, lontana da casa, elaborava sogni, progettava amori e amicizie, provava ad architettare idee, ad esplorare il mistero, a immaginarsi un futuro.
Eravamo noi, Mione lo sfondo del nostro intenso laboratorio di vita.

I ricordi dei momenti vissuti sarebbero troppi da raccontare, non basterebbe un libro e, per quelli, la miglior biblioteca dove conservarli è la memoria. Così come l'immagine della "nostra" casa, che non sono riuscito a fotografare: silenziosa e vuota non mi sembrava lei, meglio ricordarla piena di chiasso, risate e disordine.

Quello che invece sono riuscito a rivivere, e che vorrei raccontare, è il contatto con l'anima del luogo. Anima che ho ritrotato, in solitudine, in una mattina silenziosa di Febbraio, carica di luce, di cielo azzurro e bianchi nuvoloni.

 

Il bus da 50 posti, dopo una serie di manovre in tornanti troppo stretti, entrava in paese. A passo d'uomo lambiva i gerani sui balconi delle prime case, poi, nella piazzetta davanti alla prima fontana (da noi chiamata "la fontana dei cavalli", a causa di alcuni equini pascolanti nel prato dietro di essa) si fermava: la strada in discesa fino alla chiesa era troppo stretta per quel bestione.
Così, dopo aver caricato centinaia di zaini e valige nelle macchine che facevano da spola, si scendeva a piedi lungo "Via 8 Ottobre di Mione".

La vicinanza con quei muri, alti, pieni di muschio ed erbe tra i sassi, era il primo vero contatto con l'anima del paese, che accendeva olfatto e tatto: odore di bosco, pietre ruvide, polpacci rigidi da strada ripida, montagna.



Poi si arrivava nella piazzetta della piccola chiesa alpina. Si correva nel vialetto d'erba posto tutt'attorno ad essa.
Dietro l'edificio il panorama stimolava la vista: un muro vertiginoso dominava prati in forte pendenza, di fronte verdi valli ripide, fiumi in verticale e, in fondo, massicci di roccia grigia.

Per noi bambini di pianura, qualcosa di lontano e sconosciuto, da osservare a bocca aperta.




Dopo aver poggiato valige e zaini e conquistato ognuno la propria stanza, la vacanza iniziava davvero. Giochi a pedifiato, corse a rotta di collo, palloni che rotolavano per chilometri verso valle.

E di notte, raggiunta un'età più adulta, si andava a esplorare il paese.
La fuga notturna preferita era quella del giro delle fontane, lungo la strada fatta a cerchio che le toccava tutte e tre. Prima si saliva alla fontana fatta ad esagono, poi si proseguiva a quella "del Gallo", infine si scendeva a quella "dei cavalli". Poi di nuovo, in ripida discesa, fino alla chiesa e, infine, a casa.





Notti fresche d'estate, notti di stelle e profumo d'abeti.
Ogni fontana un sorso d'acqua e fiumi di parole, balle, confessioni, cazzate.
Nella quiete si ammiravano forme architettoniche semplici e contrastanti, cemento armato e tetti aguzzi di scandole, asfalto e pietra bianca.
Poi, nella penombra, si accendevano gusto e udito: il sapore puro del liquido gelido che fuoriusciva dalle fontane, il suono costante ed eterno dello scorrere dell'acqua, il silenzio oscuro e profondo di un paese semi deserto, già da allora.





Ripercorrere il giro delle fontane mi ha fatto bene.
Fotografare quei luoghi così densi di ricordi mi ha riempito di una bella, antica nostalgia.
Rivivere il contatto dei cinque sensi con Mione mi ha acceso un'attenzione troppo spesso sopita verso l'anima nascosta dei luoghi.
Osservare il lento addormentarsi di un paese dove bar e negozi non esistono più e dove sempre più spesso regna il silenzio mi ha risvegliato domande alle quali non riesco a dare una risposta. 



Un unico rimpianto: in inverno le fontane vengono chiuse, non ho potuto bere.
Così, mi tocca...
... dovrò ritornare.


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