Una sottile inquietudine


Zagabria, Croazia, inverno dello scorso anno.
Ripesco queste foto per caso, dopo averle snobbate per mesi.

Ad osservarle a freddo, a così tanti giorni di distanza, mi accendono una scintilla.
Scopro un filo rosso che le accomuna.
Risento un richiamo, un lamento monocromo e distorto, raccolto in quel luogo del mondo. 




La città è festante tra Natale e Capodanno, tutta lucine, addobbi e fumi, di wurstel, di vin brulè.
Ma una leggera malinconia, come quei fumi, sale.
Ristagna tra i palazzi della città bassa, risale gli scalini rotti dei vicoli ripidi, poi entra nella grotta degli ex voto, facendo tremolare la cera di mille candele. S'incanala infine sul colle, alla Cattedrale, dove si spande tra i ciottoli, diventando nebbia sottile.
Una tristezza fina, come carezza fredda che penetra sotto alle lenzuola.
Un dolore lieve, come cintura troppo stretta che avvolge la vita.
Un'angoscia appena accennata che graffia e affascina, come il ramo secco di un albero maestoso.




A Zagabria, nascosti tra gli angoli delle vie, ridotti in scala e posti a distanza con calcoli maniacali, si ritrovano i Pianeti, disposti attorno al "Sole atterrato" di Ivan Kožarić.
Così in quel dedalo le strade diventano vie lattee, i palazzi galassie, i sampietrini comete.
Ed è forse per questo che mi sono così perso, fuori orbita, alla deriva?

No, Zagabria non è così mesta, non è nemmeno un abisso spaziale.

Ma nelle sue strade, come in quelle di tante città, corrono scontrandosi i sentimenti umani.

E io l'ho raccolta così, perchè forse io, in fondo, ero proprio così.
Abitato da un lieve affanno.
Percorso da una sottile inquietudine.





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