Sulle vecchie ferrovie



Le ferrovie di montagna, quelle delle valli secondarie, monobinario, che si inerpicano sui fianchi dei pendii, spariscono nel ventre delle rocce per poi risbucare tra pascoli e boschi, conservano da sempre un fascino particolare.


Quei binari, quei viadotti, quelle stazioni, hanno osservato per decenni, come sentinelle silenziose, la storia dei montanari e della nostra società.

Hanno caricato eserciti e visto partire prigionieri, hanno portato il progresso e poi si sono portate via il futuro, i giovani.
Hanno assistito a partenze di ribellione, rabbia e miseria, e poi a pochi ritorni colmi di malinconia e reumatismi della vecchiaia.


Poi, poco tempo fa, le ferrovie secondarie hanno finito di essere utili e sono state chiuse, una ad una, in tantissime valli laterali del sistema ferroviario nazionale.
Quel meraviglioso albero ricco di ramificazioni via via sempre più piccole e penetranti, dal centro, verso tutto il territorio periferico, da nord a sud, quella fitta rete di vene e capillari che copriva l'Italia intera, è stata potata, recisa drasticamente dalla logica dell'alta velocità, che unisce oggi solo i grandi centri urbani.


Così molti di quei tracciati perfetti, dalla pendenza continua e costante, costruiti col sudore dei vecchi montanari e l'ingegno dei migliori progettisti, sono stati abbandonati, come decine, centinaia di altre vecchie grandi opere italiane.

Recentemente però, un'idea tanto semplice quanto illuminata ha riportato in vita alcune delle vecchie ferrovie di montagna: qualcuno ha deciso di rivalorizzarle, trasformandole in piste ciclabili.


I binari sono stati tolti e al loro posto è stata gettata una strisciata d'asfalto.
Gallerie e viadotti sono stati manutenuti.
Le vecchie, graziose stazioni di montagna, sono state trasformate in bar, ostelli o in invidiabili casette private.


Così su tutte le Alpi sono spuntate e, grazie a Dio, stanno ancora spuntando, bellissime ciclabili alla portata di tutti, che risalgono con lievi pendenze "da treno", del 2-4%, le valli secondarie di montagna.
Laddove la gente scappava in basso, laddove è regnato poi l'abbandono, ora i turisti risalgono sorridenti, poco invasivi e rispettosi dell'ambiente, ripopolando le strade con quel mezzo straordinario che è la bicicletta.



La scorsa estate ho percorso tre di queste ciclabili nate sulle vecchie ferrovie di montagna: la Tarvisio-Kranjska Gora, la Resiutta-Tarvisio (parte della ciclovia Alpe Adria) e la Ciclabile delle Dolomiti, che unisce Calalzo di Cadore prima a Cortina e poi a Dobbiaco.


Non si è trattato solo di bei giri in bicicletta, ma di veri e propri micro-viaggi nella storia della montagna alpina italiana.
Percorsi che mi hanno fatto riflettere anche sull'importanza di vivere all'interno dell'Europa, oggi tanto vituperata.


Questa positiva trasformazione è avvenuta infatti grazie a una cultura trasferitaci dai Paesi nordeuropei, che per fortuna sta attecchendo anche in Italia. E grazie a finanziamenti comunitari senza i quali, in questo stato che abbandona i territori, qui regnerebbero solo boschi, ruderi e rovi.

E invece ci sono ciclisti di tante età e nazionalità diverse, c'è un via vai davvero impensabile fino a qualche anno fa, e la montagna, per alcuni chilometri, sembra improvvisamente riprendere vita. 


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