Luci di Sicilia


Sicilia, estate, caldo e sole che fa brillare, fumare l'asfalto.
Decido di fuggire dalla superstrada rovente uscendo a caso, tra cantieri immobili e ammassi di ferraglia arrugginita, al primo svincolo, verso l'aperta campagna.
Dalla mappa ho intuito il susseguirsi di stradine che, come crepe nell'argilla, irradiandosi e incrociandosi tra loro, potrebbero raggiungere Palermo, con andamento lento, da scoperta. Il ritmo con cui amo viaggiare.
Di tempo ne abbiamo e voglio godermelo fino in fondo. Queste sono le ultime ore del nostro piccolo viaggio. Un traghetto notturno ci spingerà presto lontano, a nord, verso il continente.
La strada si fa presto stretta, in salita, tutta curve e tornanti senza accenno di guard rail. L'asfalto si deteriora chilometro dopo chilometro e a tratti sparisce, lasciando il fondo alla ghiaia.
Il navigatore satellitare dell'auto mi avverte, perentorio: sto viaggiando su una strada "inesistente".
Monica si è assopita, non c'è l'ombra di un borgo. Solo radi boschetti, sterpaglie bruciate e campi, a perdita d'occhio. Il giallo, il fantastico giallo della Sicilia estiva, è una pennellata secca che invade il paesaggio.

Così, mentre tento di governare il volante nei difficilissimi trenta chilometri orari della velocità di crocera, scorro mentalmente le immagini, le parole, l'atmosfera dei giorni trascorsi in questa terra maledetta e meravigliosa.



Rivedo così Catania che brucia nell'arancio del tramonto, dalla balconata della Badia di Sant'Agata, metre l'Etna fuma placido al far della sera. Riascolto il vociare del mercato del pesce e le narici si riempiono nuovamente dell'odore della mattanza e del mare.

Nel frattempo l'auto cammina lenta, supera un paesino di tre case senza un'anima, deserto nel meriggio. 




Continuando a ricordare ripercorro la Riviera dei Ciclopi, la passeggiata con le spiagge ancora addormentate nella rara frescura del mattino. Rivivo le suggestioni di Polifemo, di Ulisse, di Verga e dei Malavoglia, trasformati nella realtà della strada in placidi marinai ormai a riposo, in tenaci costruttori di barche, in vecchi campioni di atletica innamorati del passato.

E l'auto ora corre, finalmente in discesa, verso un deserto infinito, fatto di irti gambi di grano appena mietuto. Poi lungo una ferrovia mono binario, una stazione abbandonata, una piccola oasi di eucalipti e ruderi.




Continuando a fantasticare cammino nuovamente nella rilassante bellezza di Ortigia, nelle sue strade che odorano di storia e tradizione, che ribollono di cultura e voglia di emergere: accecano, galleggiano e poi annegano nel sole.

L'auto intanto arranca su stretti saliscendi e compaiono gli ulivi, radi, come isole verdi in un'antica mappa marinara ingiallita dal tempo.







Ma con la mente mi tuffo di nuovo nella vertigine tardo barocca di Noto, nell'eleganza antica delle sue vie. Chiese e palazzi dall'architettura simile a una musica, austera ma bizzarra, colori caldi, quiete, gente d'altri tempi a riposo sulle scalinate, ghirlande e manifesti che inneggiano al Patrono, angoli di vicoli che incatano e incutono timore.

E finalmente fermo l'auto, affamato, di fianco all'unica timida insegna di un luogo di ristoro dopo chilometri e chilometri di silenzio. La cucina è chiusa, ma olive, formaggio e pane di grano antico restituiscono un senso di casa al nostro vagare.






E infine, su una supertrada trafficata, ormai alle porte di Palermo, dopo ore di campagna profonda, mi consolo sentendomi tornare nel petto il fiatone commosso delle ripide strade di Modica. Riprovo la dolce nostalgia che sa dare un set cinematografico a cielo aperto, allestito per un film su un'Italia senza tempo, così rara ormai da riincontrare.

E l'auto si avvicina alla periferia della città. Palazzi grigi, viadotti, murales scrostati, cassonetti stracolmi e maleodoranti, auto abbandonate.





Ma chiudo appena gli occhi e rivedo ancora, lungo la ripida salita di Modica alta, un simpatico barbiere che si vanta dei sui mobili anni cinquanta, deliziosi, mai cambiati da quando il salone è aperto, mentre tre dei suoi avventori giocano a carte, aspettando il turno della loro spuntatina.
Un uomo ci viene incontro, al calar della sera, mentre dal "Pizzo" osserviamo la città distesa nella valle stretta, metà in ombra, metà ancora avvolta nel sole. Ci parla di storia, di letteratura, illustrandoci i misteri del cioccolato. Infine, è un bicchiere di Inzolia a far proseguire la poesia, in una piccola enoteca di giovani appassionati, dove sul muro campeggia fiera la frase di una vittima di mafia, Paolo Borsellino.

E l'auto arranca ancora, questa volta sobbalzando nel traffico, nella giungla del porto di Palermo. In certi angoli si sente davvero l'odore, il rumore, il caos variopino del sud del mondo. Clacson e urla, spintoni, sorrisi sdentati, ampi gesti delle braccia. Motorini stracarichi in slalom continuo, smog, precarie pile di frutta e verdura agli angoli delle vie, immondizia, insegne rotte e sature di colori, sudore.




L'auto è parcheggiata nella stiva, la nave parte, non penso più a niente.
Osservo solo l'immagine della città illuminata che si allontana da noi, mentre la nera acqua notturna ci avvolge, ingoiandoci nel buio.

Saluto la luce, le mille luci di Sicilia, mentre la costa si fa larga, sfocata, lontana.
Ciao, arrivederci. Terra di guerra e pace, di cultura profonda, di incredibile diversità, di terrore nascosto e silenzioso, di ospitalità, di sapore.
Terra che odora di terra, puzza e profumo, di monte, di sangue, di mare.


 

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