Il confine invisibile


Queste foto sono ormai di un anno fa, ma vengono buone ora.

Sì, proprio ora, in questi giorni scanditi da un suono strano, "brexit", parola secca, corta, veloce, crudele, come una rapida coltellata.
In queste ore dove TV, giornali, blog e social network si stupiscono, si esaltano, si scandalizzano o si chiedono il perchè e le conseguenze dell'uscita del Regno Unito dall'Europa, rispulcio l'archivio.


Lo faccio perchè discutendo di questo clamoroso fatto, che passerà alla storia, una persona più vecchia di me di diversi anni mi ha posto una seria rilessione, che ripensando a questi luoghi recentemente fotografati mi ha gelato il sangue.

Entrambi spaventati più dal peso politico che da quello economico dell'esito del referendum inglese, ci stavamo interrogando sui grandi errori strategici, sulle lacune sociali, sulle derive tecnocratiche che hanno consegnato una percezione negativa della nostra Europa tra la gente comune, in particolare tra i più anziani, tra i meno acculturati, tra chi vive nelle periferie e nelle campagne.

Tanto ci sarebbe da fare, da migliorare, da cambiare. Ma tanto di buono, ci siamo detti, è stato anche fatto, è inutile e dannoso negarlo.

"Una cosa per cui l'Europa è stata utile? La pace, per oltre 70 anni, un record per il Vecchio Continente".


Sembra strano, oramai lo diamo tutti per scontato, ma essere stati in pace per così tanti anni in questo crocevia di popoli e nazioni non è stata affatto una cosa banale.
71 anni fa terminava la seconda guerra mondiale, 27 anni prima terminava la prima guerra mondiale. Nell'arco della possibile vita di un uomo longevo, 100 anni, ben due guerre terribili hanno insanguinato e devastato il nostro continente in tempi recenti.
Oggi tendiamo a vedere questi fatti come lontanissimi, archiviati nei cassetti grigi della storia, ma solo 20 anni fa, nei Balcani, un'altra guerra graffiava una parte non indifferente d'Europa, a poche centinaia di chilometri da Roma e Milano. Oggi l'Ucraina, la Siria, non sono poi così lontane.


Queste imamgini le ho raccolte durante un bellissimo trekking fatto lo scorso anno con amici, tra Carnia e Carinzia, a cavallo del confine italo-austriaco, tetro teatro della prima guerra mondiale.
Uno zig zag di tre giorni di qua e di là dalla frontiera ormai invisibile, nascosta tra l'erba e i fiori di campo.
Una lunga passeggiata nella natura ma anche nella storia del Continente, perchè questi luoghi, oggi sinonimo di bellezza, spensieratezza, vacanza e libertà, sono gli stessi terreni tristi dove è stato versato, a litri, il sangue dei nostri bisnonni e dei bisnonni dei nostri vecchi nemici, oggi compagni anch'essi un po' scettici nell'avventura europea.




La mattina in cui mi sono svegliato incredulo con quel nome, "brexit", negli occhi e nelle orecchie, non ho ripensato a questo viaggio di confine. Ma oggi il termine "Europa" associato a quello "guerra" me lo ha fatto immediatamente tornare in mente.
Ho ripensato alle trincee, ai camminamenti, ai reticolati, alle prime linee del fronte ben visibili l'una dall'altra, alle loro poche decine di passi di distanza, alla curiosità del camminarci oggi nel mezzo, ma anche alla cupa sensazione stagnante che ancora aleggia tra muschio e ferro arrugginito.

No, non voglio né essere catastrofico né cadere nella retorica.

Dico soltanto che quei confini visitati lo scorso anno con occhio turistico, quasi come memorabilia del tempo che fu, oggi si risvegliano dal sonno, mi richiamano, sono più attuali che mai.
Il "rumore di chiavistelli che percorre l'Europa, rugginoso agitarsi di lucchetti, serrature, reticolati e sbarre di frontiera che dalla Gran Bretagna alla Grecia raggiunge la Catalogna e i confini della Russia", come racconta Paolo Rumiz, è più che attuale e fa paura. 




Una cosa per me è certa, citando ancora il giornalista di Repubblica: "I luoghi non basta descriverli. Bisogna ascoltarli, altrimenti ci scappano di mano, come è avvenuto con le periferie inglesi che hanno votato contro l’Europa. Mai come oggi camminare, in Italia, è diventato un gesto politico. Un messaggio ai reggitori della cosa pubblica, che dice: non basta un clic per capire i territori, e non basta un selfie per garantire il consenso. Ci vuole la pazienza delle scarpe".


Lo scorso anno, calpestando più volte la linea del vecchio confine, percorrendo le trincee, faticando lungo i pendii, ascoltando la voce roca di quella terra umida, e quella flebile delle bianche rocce scheggiate dai colpi di mortaio, qualcosa si è insinuato nel nostro intimo, ne sono certo. Come una medicina, un vaccino.

Quella nebbia che si alzava fitta dalla valle, fino ad avvolgere il formicaio del vecchio fronte, pareva la stessa nebbia della ragione che sta salendo oggi dalle periferie ad avvolgere l'Europa della povera gente, ingannata due volte, dai burocrati prima e dai populisti poi.

Ci vorrebbe un forte vento, uno slancio, un colpo di reni, una visione.
Ci vorrebbe davvero il camminare dei potenti, per giorni, non tra i corridoi dei palazzi di vetro, ma tra i camminamenti, le trincee, le creste, le strade fondanti della nostra Europa.


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