Breve diario d'Erzegovina


"Nessuno può immaginare che cosa significhi nascere e vivere al confine tra due mondi, conoscerli e comprenderli ambedue e non poter fare nulla per riavvicinarli, amarli entrambi, e oscillare fra l'uno e l'altro per tutta la vita, avere due patrie e non naverne nessuna, essere di casa ovunque e rimanere estraneo a tutti, in una parola, vivere crocefisso, ed essere carnefice e vittima nello stesso tempo"

Ivo Andrić, Racconti di Bosnia


 

Dopo tante ore di viaggio l'Erzegovina ci accoglie avvolta da una bella luce calda. La Neretva cammina lenta come una donna che sa di essere affascinante, a testa alta, nel suo vestito color smeraldo. Le gemme gonfie degli alberi, le loro prime foglie, esplodono di un verde brillante.
Il silenzio di questa sera primaverile è interrotto soltanto da una fila di auto scarburate e strombazzanti, un corteo matrimoniale, dove a capeggiare visivamente non sono tanto gli sposi, ma le bandiere croate, sorrette da giovani che si sporgono dai finestrini, urlando, in equilibrio precario.

I giorni successivi, a Mostar, sono grigi e carichi di pioggia e vento. La cappa pesante d'atmosfera  che avvolge la città divisa tra cristiani e musulmani è resa ancora più livida dal meteo, che non accenna a migliorare.
Lo Stari Most, in questi giorni, sembra ancora più imponente. E' un arco di luce, che squarcia per un attimo il grigiore e che si abbatte, con tutta la sua forza di pietra secolare, contro ai muri feriti dalle granate. Un murale defilato, che recita "War is NOT over", è ignorato dai frettolosi turisti in pausa-ponte da Medjugorje.



Ci rischiara l'animo l'incontro con persone stupende, soprattutto donne, che nella melma di questo strano Paese combattono giorno dopo giorno, circondate da Amministrazioni sorde, da rassegnazione stagnante. Sono la forza di un filo d'erba che cresce a stento nel bitume.
Poi è la natura ad alleggerire questo peso enorme, concedendoci acqua, boschi, rocce e cascate straordinarie.


E poi è la storia, la grande storia di questa frontiera tra Oriente ed Occidente, a suggerirci che quel filo d'erba ancora resiste perchè ha radici coriacee, che risucchiano liquidi da una falda profonda piena di eventi tragici, certo, ma anche di numerosissimi esempi di pace e convivenza. I dervisci alle sorgenti della Buna, i Bogumili e la loro mano tesa, il caravanserraglio di Pocitelj, sono squarci di azzuro terso nel cielo plumbeo.


A Stolac, la bella città dei mulini, la guerra non sembra finita da vent'anni, ma da molti meno. Le strade mormorano sottovoce, ma i muri parlano, anzi, urlano, di pace, di odio, di calcio, di politica, di squallore.
Mulini restaurati dalla Commissione Europea, nuovi di pacca, sono avvolti dalle sterpaglie e dalle edere dell'abbandono. Giovani e vecchi, seduti sulle auto parcheggiate, portiere aperte e piedi a penzoloni, sembrano aspettare disarmati il proprio destino, qualunque esso sia, da ovunque esso arrivi. Altre donne, invece, ci mostrano con orgoglio la loro resistenza silenziosa, fatta di lavoro agricolo, marmellate e oli essenziali: la dignità della rinascita che parte dalla terra.    


Ritorno dalla Bosnia Erzegovina con i soliti, contrastanti sentimenti interiori.
Da un lato una terra meravigliosa e un insieme di culture straordinario.
Dall'altro una cupa cappa grigia interrotta da troppe vuote bandiere sventolanti, che puzza di mafia, corruzione e inganno politico.
In mezzo la povera, bella gente bosniaca, che sa di vivere in questo pericoloso equilibrio precario ma sorridendo tira avanti strascicando i passi, chi lottando, chi accettando con fatalismo la propria condizione.

Si sente forte, da qui, l'eco di un'Europa che scricchiola, e fa paura.


2 commenti:

  1. l'ultima foto m'ha colpito in modo particolare. la piega sfiancata della grondaia in alto a destra, quasi fuori campo, riecheggia con nonchalance, in modo quasi sub-liminale (e forse proprio per questo più inquietante) l'eco degli scricchiolii citati nella riga poco sopra. urticante pure il gioco di rimandi tra le due finestre adiacenti, che il mio cervello malato ha trasformato d’istinto in un gioco da settimana enigmistica, tipo "trova le 10 piccole differenze". beh, le altre nove non le so, ma la differenza macroscopica, la griglia modello prigione che blocca la finestra sulla sinistra m’è proprio saltata agli occhi, tanto quanto lo scarto tra il sogno e il fogno europeista, la cui “doppiezza” anti-democratica e colonialista pare invece risultare invisibile ai vari partiti socialdemocratici europei. che aggiungere? ha proprio ragione il murales che afferma “war is not over”: in effetti, la guerra continua, ma s’è rifatta il trucco per meglio passare inosservata…

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    1. Grazie Malos.
      Effettivamente quella piega nella grondaia e le differenze tra le due finestre sono stati gli elementi che, subito dopo la scritta "Allah" cancellata, mi hanno colpito di questa inquadratura. Grazie del tuo commento!

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