Primo Piano


Il paesaggio è qualcosa di stano.
Un insieme incredibile di segni, oggetti, forme, strutture, creati (specie alle nostre latitudini) quanto dall'uomo tanto dalla natura.
Non ha un regista unico, il paesaggio, un grande autore che può permettersi di "firmarlo".
E' un'opera corale, tanto storica quanto contemporanea.
Il Padreterno e ognuno di noi, chi c'è e chi c'è stato.




Il paesaggio è qualcosa di strano.
Tanto avvolgente quanto sfuggente.
Ci vivi ogni giorno, ci sfrecci dentro, di fianco, di lato, continuamente...
Ma solo raramente lo guardi davvero, solo sporadicamente lo vedi.




E' quando lo vedi davvero, quando osservazione attenta ed empatia coincidono, scopri che il paesaggio parla, e usa la tua stessa lingua.
Descrive minuziosamente anni di storia accumulati in esso, come cerchi concentrici nel tronco di un albero. Racconta del clima, narra dell'uomo, ma poi, recita anche poesie.
Già, perchè nonostante la sua scientifica analiticità, anche il paesaggio crea raccordi invisibili, immagina, sogna, ci fa immaginare, ci fa sognare, rivela.




Quando torno nei luoghi dove son nato visito spesso il Po.
E' come un pellegrinaggio pagano, per salutare il placido Dio del Fiume dimenticato nel mezzo del
cemento.
Il paesaggio della pianura padana, della golena del Po in particolare, mi ha sempre affascinato, ma mai come quest'ultima volta ho sentito la sua voce.
Il Po chiede all'uomo un compromesso, e lo chiede gentile, con un tono da grassoccio amicone e l'uomo, attraverso la sua azione millenaria sul paesaggio, risponde.

"Fai quel che vuoi" ci dice il fiume da secoli, ormai rassegnato alla cocciutaggine umana, "ma sappi che ogni tanto devo sfogarmi anch'io, voglio correre sui prati anch'io, evarede da questo letto piatto e senza rapide, da questa vita così timida, lenta, silenziosa"... "Fai quel che vuoi, ma quando capita, e qualche segno te lo dò prima, vedi di andare via, o almeno di salire... al primo piano".

E così, fateci caso, questo paesaggio che non ha un unico autore ma un insieme di illimitati registi, ha risposto al Fiume modellandosi giorno dopo giorno, per secoli, per dialogare con esso, per scendere a patti con le sue acque che talvolta volgiono liberarsi.
Si è attrezzato l'uomo, per resistere, per permettere alle sue cose di spostarsi, e sopratutto per far salire quel che c'è da mantenere in loco proprio lassù, al primo piano.

Tutto in questo paesaggio ricorda il rapporto con il Fiume, anche se spesso esso non si mostra, perchè nascosto, infossato, timido nel suo alveo, silenzioso, noioso, un po' grigio e goffo.
Le cose che devono rimanere sono tenute in alto, quelle che si possono spostare hanno ruote o galleggianti, gli argini rinforzati invadono i piani terra delle costruzioni, le barche di quei "marinai non veri", come Francesco Guccini descrive i Padani nella canzone AEmilia, sono ben legate, salde alla terra, ma al tempo stesso pronte all'uso.

E tutto sembra così sospeso, in attesa, tutto rimanda a infinite possibili emozioni altre, che vagano oltre al Fiume, al paesaggio e alla loro voce, entrando in noi, nella nostra immaginazione.

Come dialoghiamo, noi, con il nostro Fiume interiore? Come cambiamo noi, come ci attrazziamo, in attesa del giorno in cui esso vorrà di nuovo correre sui prati? Cosa rinforziamo, cosa spostiamo in alto, a cosa mettiamo le ruote in attesa di un'alluvione di libertà? E come siamo, noi, nel nostro placido scorrere quotidiano?

 


 "Paradossalmente propro gli angoli più consueti, quelli canonici, quelli che abbiamo sempre sotto agli occhi e abbiamo sempre visto, sembrano diventare misteriosamente pieni di novità e aspetti imprevisti... Affidandoci ad alcuni stereotipi consolidati, abbiamo dimenticato l'enorme potere di rivelazione che ogni nostro sguardo può contenere"

Luigi Ghirri, Il museo diffuso - 1987


Ringrazio Erica Andreini, Luca Cacioli e Luca Calugi per aver realizzato insieme a me, a margine di una bella serata, l'editing delle immagini.

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