Sulle tracce dell'Orso


Riprendo a scrivere sul blog dopo qualche settimana di pausa, dopo tante riflessioni, ancora in subbuglio nei miei pensieri e nello stomaco, sul cosa sia per me "fare fotografia", sul significato del termine "arte", sul perchè di una certa repulsione che mi sta spingendo sempre più fuori da questo mondo ovattato, fatto spesso di anime fluttuanti in un cielo di bravi, di belli, di ricchi, di giusti...


Beh, io amo la terra, nel senso di elemento fatto di roccia, fango, humus. Qui voglio restare, con i piedi ben impuntati, la schiena appoggiata a un tronco d'albero. Il cielo, il volo, li cedo volentieri.


Quando ho bisogno di tornare ad ascoltare la voce della terra torno in montagna.
La montagna, da sempre, ha accolto le mie durezze, difficoltà, crisi ed errori trasformandoli in sudore, fatica, riflessione, libertà.


Quasi simbolicamente ho voluto ripartire da un luogo a me molto caro. Il sentiero, sulle Dolomiti Friulane, che porta da Forni di Sopra al Rifugio Pacherini e poi su, fino a Passo Suola.
E' un bel sentiero, il paesaggio è da mozzare il fiato, le creste dolomitiche, il Torrione Comici, ti scrutano dall'alto e tu, formica nella ghiaia, senti che, un passo dopo l'altro, lasci dietro alla schiena i neri fumi di parole vuote, di gesti finti, di violenze e ipocrisie.
Ma riparto da qui non per questo, non solo. Torno per cercare una targa, che ricorda un'anima, l'anima di un uomo dei monti.


Si chiamava Mauro Conighi ed era lo storico gestore-filosofo del Rifugio Pacherini.
A lui, morto per un malore durante la discesa dalla sua "tana", con la gerla dei rifornimenti sulle spalle, gli amici hanno dedicato una semplice quanto immensa frase, incisa nel metallo, scritta dal suo caro Epicuro.
Recita così:

"La scienza della natura non forma uomini vani, o fabbricanti di parole, ostentatori di quella cultura attorno alla quale il popolo si affanna. Ma forma uomini fieri, autosufficienti, orgogliosi di ciò che possiedono e non di quello che ottengono dagli eventi"

Lessi per la prima volta questa frase che avevo poco più di 15 anni. La annotai su un diario che ancora conservo. Mi colpì a tal punto da indirizzare molte delle mie scelte di lì a qualche anno a venire, scelte che ancora oggi condizionano, in bene, la mia esistenza.


Mauro Conighi non l'ho conosciuto di persona. Chi ha avuto questa fortuna lo ricorda come un burbero, saggio filosolo dei monti. L'Orso della val di Suola, così era chiamato dagli amici, era uomo da ascoltare e con cui ridere fino a tarda ora, da cui apprendere sempre qualcosa tra una grappa, una frase letteraria del passato, uno scherzo, una poesia e un vaffanculo.


Mi ricordo nitidamente che in quella gita, in cui lessi la frase di Epicuro sulla targa in onore di Mauro, scorsi anche, sorpa al bancone del Rifugio, un'altra grande scritta, questa volta di Eraclito: "Panta Rei". Fu il prete che ci accompagnò a svelarmi il significato: tutto scorre.


Fu in quel giorno che capii come la natura, la motagna, non sono solo questioni di estetica o di sport, robe per la domenica insomma, ma che in quel mondo c'è anche la filosofia, la vita intera, l'amore, la morte, la rinascita. Fu forse proprio in quel giorno che, dentro di me, giurai in silenzio fedeltà ai monti.


Quella frase di Epicuro mi ronza in testa in continuazione da quando l'ho ritrovata, rimettendomi in cammino, zaino in spalla, gambe dure e fiato corto per la salita.
Credo di avervi trovato una chiave di volta a molti dei miei quesiti e una sincera, grezza, forte pacca sulla spalla da parte dell'Orso. Un uomo che probabilmente, come me, era salito lassù per allontanarsi da un mondo che osservava andare in un verso sbagliato, non per rinchiudersi, ma per ragionare su come cambiarlo almeno in parte e lasciare, ai visitatori, rudi perle di saggezza, come pillole per la quotidianità.

Eccolo il cielo, è li a due passi, volano i miei occhi, i miei sogni, la fantsasia. Mi vibra tutto il corpo, ma i miei piedi eccoli qui. Sento il loro peso, che è dolce e greve al tempo stesso, sento la terra, sono albero, roccia, ghiaia, sabbia. Lasciatemi qui, volate pure se credete. Io resto qui, sulla mia montagna, aggrappato alla roccia, aggrappato alla terra.


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