Voglio mostrarti una cosa, anzi, una casa




"Voglio mostrarti una cosa, anzi, una casa" mi disse ad un bivio lanciando la macchina su per le curve ripide di una stretta strada di montagna.

"E' una mia casa, ed è un po' che non ci torno", riprese, "voglio mostrartela perchè so che ti piacerà".


Arriviamo in un paesino incassato sulla testata di una valle fatta di boschi e rocce. C'è solo un signore solitario nel piccolo borgo, la stagione è ancora fredda.
Il verde portone di legno è sovrastato dall'antica data di costruzione. Entriamo e capisco subito che in effetti, questo luogo, mi piacerà.


Mi piace perchè nonostante gli acciacchi del tempo, la polvere, qualche ragnatela, l'intonaco scrostato, questa casa parla. Lo fa con le cose, gli oggetti lasciatì così, come se il verde portone fosse stato chiuso solo ieri. Tutto è sospeso, il tempo sembra fermarsi. Le persiane si aprono cigolando, facendo invadere di luce le stanze.


Una camicia appoggiata alla sedia, un libro aperto sul divano, un foglio e una penna che hanno appuntato qualcosa, e poi altri libri, riviste e un ciondolo sul comodino, il tavolo apparecchiato per metà... curioso, penso, questo stato di sospensione, molto, come dire, "fotografico". Le cose, i momenti, presi per per quelli che sono, conservandone così il tempo, l'identità. Un qualcosa, un qualcuno, un dove, per sempre.


Non me lo dice chiaramente, ma mi sembra di sentirglielo sussurrare direttamente attraverso gli amplificatori del pensiero, che qualcuno chiama "occhi": "Qui sono stato felice, qui voglio tornare ad essere felice". E allora perchè rendere il tutto asettico a ogni partenza? Meglio conservare l'atmosfera per ripartire da lì, a ogni ritorno.


Sì, c'è un po' di trascuratezza, c'è anche un velato senso di malinconia.
Ma c'è una storia che riempie ogni muro, come spugna di attimi vissuti, c'è un aneddoto dietro a ogni oggetto, testimone e protagonista di momenti vivi.

"Qui sono stato felice, qui voglio tornare ad essere felice"...

C'è qualcosa che mi attrae tra questi muri. Allora prendo la macchina fotografica e provo ad appuntare nel mio diario di bordo visuale una frase, fatta di parole ruvide, ma invase di luce.


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