Kosovo: tre città, quattro atmosfere

Nei nostri vagabondaggi su e giù per i Balcani non eravamo ancora passati per il Kosovo. Un po' per la distanza, un po' perchè, non mi vergogno a dirlo, c'è ancora un forte alone di pregiudizio su questa terra recentemente graffiata dalla guerra, che ha in qualche modo coinvolto anche noi.
Solo i ragazzi con i grandi zaini in spalla che vagabondano per il Continente, trovati negli ostelli o caricati in macchina per un passaggio, ci hanno sempre consigliato di venire qui: "è un luogo che merita di essere vissuto". Eccoci.


Abbiamo poco tempo, due notti e tre giorni, viaggio compreso.
Decidiamo di toccare tre tra le città più importanti di questo strano Stato, autodichiaratosi indipendente nel 2008 con l'appoggio di ONU, Europa e USA, ma non ancora riconosciuto da numerosi Paesi delle Nazioni Unite stesse.
Prizren, Pristina e Peja: un anello per osservare e vivere, seppir fugacemente, questo angolo ancora nascosto e sconosciuto d'Europa.



Arriviamo a Prizren casualmente durante la prima sera del Film Festival "DokuFest", una grande e colorata manifestazione che punta, grazie a cortometraggi e documentari, a portare temi sociali e culturali legati a questa terra e non solo agli occhi del mondo.
Ogni pregiudizio sparisce in un batter d'occhio: questa cittadina antica, che assomiglia così tanto a Sarajevo per architettura e atmosfera, sembra vivere una voglia potente di rinascita.
"Change, don't hide!" è lo slogan del festival. La città è piena di giovani: si sente qualcosa, energia, nell'aria.


Dopo la notte di festa, di mattina Prizren è sonnolenta, ma ben presto il centro si rianima per accogliere attori, registi e tante persone venute qui da ogni parte d'Europa. Mai ci saremmo aspettati una vitalità così avvolgente. Addentrandoci nei vicoli della città vecchia assaporiamo però anche il normale scorrere del tempo a latere del Festival. In una bottega incontriamo due falegnami, padre e figlio. Parlando del loro lavoro non si lamentano ma chiedono, in continuazione, cosa succede "qui" in Europa: cose semplici, ma che così come le bandiere di mezzo mondo issate sul ponte ottomano indicano una voglia matta di uscire dal guscio, di aprirsi all'esterno.



Saliamo all'antica fortezza prima di ripartire. La città è davvero bella, dall'alto la somiglianza con Sarajevo è ancora più grande. Nella salita passiamo però di fianco ad una chiesa ortodossa in rovina, invasa dagli arbusti. Qualche segno della tensione tra albanesi e serbi rimane, sopratutto attorno ai simboli religiosi... e questo lo noteremo spesso anche nel proseguo del viaggio.
Ma l'atmosfera imperante respirata a Prizren per fortuna è ben altra: voglia di mondo, di cultura, voglia di saltare oltre il passato.


Dopo Prizren partiamo per Pristina, la capitale.
Ci appare una città interessante ma frenetica, con l'aria di una bambina cresciuta troppo in fretta.
Facciamo fatica a trovare punti di riferimento, il piccolo centro storico è infatti stato avvolto, negli ultimi anni, dai nuovi palazzi di uno Stato tutto da costruire.


All'ombra del primo Presidente, Rugova, il nuovo centro appare vivo e giovane, mentre ai lati scorre la "vecchia vita" del bazar, dei quartieri popolari.


La notte scende su Pristina e le strade si riempiono di gente: è davvero assurdo a come spesso pensiamo, da distante, a questi luoghi... ci immaginiamo qualcosa di oscuro, di nebuloso e triste, mentre le strade, qui, brulicano di vita e di luce.
La periferia, i borghi desolati, le campagne arretrate e le bandiere contrapposte sono effettivamente laggiù, a pochi chilometri, ma il vento che soffia dal centro di Pristina sembra, come quello di Prizren, ululare parole simili: quel "CHANGE, DON'T HIDE" e questo "NEW BORN", scritto a lettere cubitali sul grande monumento che cambia pelle a intervalli regolari.
Ci ha rattristito, tuttavia, averlo visto dipinto da tuta mimetica militare: sono piccoli segni, ma che stonano il grido del vento.




Dopo un'ottima cena e una birra in un quartiere con un caos nottambulo da fare invidia alle più modaiole città d'Europa, andiamo a dormire. Tre alberghi si accavallano in una stradina minuscola, avvolta da cavi elettrici e insegne luminose. Mi sembra un'ottima metafora dell'atmosfera di questa città: la voglia più che positiva di voler essere Capitale di Mondo e quel tentativo, un po' goffo, di sembrarla davvero.


Dopo una notte in una stanzucola da dimenticare (non all'Hotel Sara della foto), ci svegliamo e partiamo alla volta di Peja.
La città, all'imbocco di una valle di montagna che ci dicono davvero bella e selvaggia, appare addormentata, eppure è agosto e questo dovrebbe essere uno dei luoghi turistici più importanti del Kosovo...


Il centro ci appare desolato: nuove costruzioni si alternano a vecchi palazzi, il bazar è avvolto da merci cinesi e anonimi negozi.
Qui la guerra ha picchiato duro. Quest'area, che un tempo univa cittadini e montanari, serbi e albanesi, rom e ashkali, appare oggi silenzisa, vuota, senza un pezzo della sua anima.


Per fortuna conosciamo due simpatici abitanti che ci rallegrano la passerella triste tra negozi e bar assonnati.
A un uomo chiediamo dove possiamo trovare una panetteria e lui, entusiasta della domanda, con spirito cordiale lascia la sua birra e ci accompagna fiero per un bel pezzo di città, consigliandoci infine anche quale pane comprare.


Un signore anziano invece ci nota, è lui a sceglierci e a fermarsi a parlare con noi. Si affretta a dire che ama l'Italia, poi parla della guerra, infine, guardandoci con gli occhi di un buon nonno, alza le spalle, con proverbiale fatalismo. Sembra però di leggere nel suo volto la speranza di poter ancora vedere un cambiamento in questa città dall'atmosfera oggi così anonima. 


C'è stato un aspetto, di questo mini viaggio in Kosovo, che finora ho tralasciato.
E' legato alle visite dei monasteri ortodossi, tutti molto antichi, ricchi di arte e storia, divenuti loro malgrado uno dei simboli a cui i serbi si sono appesi per non voler concedere l'indipendenza a questo Stato. La parte albanese, dal canto suo, ha spesso compiuto tentativi di rivalsa contro questi simbili religiosi e per questo, ancora oggi, essi rimangono una delle pochissime zone in cui è mantenuto il presidio militare dell'ONU.


Dall'esterno l'atmosfera appare pesante. Le bandiere prima albanesi e poi serbe, la camionette blindate e i militari di certo non l'alleggeriscono. Tuttavia questi luoghi, all'interno, sono vere e proprie oasi.


Giardini incredibilmente curati, architetture antiche, iconografie imponenti: ognuna di queste chiese o patriarcati conserva un fascino e un mistero che difficilmente non provocano emozione.
Sono inquietanti, in tutte le chiese, gli occhi dei santi raschiati via dagli affreschi. Qui non c'entra nulla la guerra recente, come crediamo all'inizio: sono stati gli ottomani, durante la conquista di queste terre, a creare questa ferita, forse per spregio, forse, ci racconta una suora ortodossa, perchè credevano di curare la vista mangiando la polvere ricavata dagli occhi di queste figure.


Il Kosovo è anche questo, è impossibile negarlo: una storia antica e, come spesso capita nei Balcani, molto complessa, fatta di intrecci, di scontri e incontri.
Quando in futuro, come spero, il tempo laverà via l'acqua torbida degli ultimi decenni, questo insieme straordinario potrà ritornare ad essere un luogo magnifico, la cui identità e forza sono da ricercare nell'equilibrio tra le diversità.


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