Himara, chimera greca in Albania

Himarë, Albania.
Questo luogo mi è rimasto nel cuore, in quel "cassetto dei buoni ricordi" da conservare.


Sarà per quel nome simpatico, che sembra metà inglese e metà italiano (si scrive Himarë, hi-mare, ciao mare) ma che in realtà è per metà greco, per metà albanese...
Sarà perchè quel nome significa in realtà "chimera"...
Sarà perchè siamo arrivati qui, piccola isola di pace, dopo aver solo sfiorato i palazzoni e le discotece vista spiaggia della caotica Saranda...
Sarà perchè, dato il tutto esaurito, in un grazioso ostello ci hanno fatto dormire sul terrazzo (il più bel letto di tutti i miei viaggi)...
Sarà perchè Himarë è divisa in due, tra mare e montagna (e per noi, inguaribili montanari dall'abbronzatura inesistente, avere una collina irta e ben visibile alle spalle è sempre un punto fermo indispensabile).
Sarà, sopratutto, per quell'atmosfera così particolare che qui si respira, un po' simile a quell'Italia vissuta soltanto delle cartoline ingiallite dei genitori, o ripescate nei mercatini...




Himarë è una piccola enclave greca in Albania, dove si parlano due lingue e in cui molto, di architetture, colori e segni, ricorda la vicina Grecia.
Cittadina votata al turismo di mare, ci è apparsa ancora poco invasa dalle masse urlanti e modaiole che spopolano Valona e Saranda, città simbolo dello sballo estivo.
I villeggianti ci sono sembrati infatti perlopiù albanesi, o al limite arrivati dagli stati confinanti, che non godono del mare e trovano, su questa costa, un luogo di vacanza semplice ma bello e a buon mercato.
Il mare è di un blu spettacolare, le spiagge di sabbia e sassi sono quasi tutte pubbliche: ognuno, con il suo ombrellone multicolore, può conquistarsi la postazione della giornata, e godersi, pancione all'aria, il dovuto riposo.
Ai bordi della spiaggia tuttavia sorgono case e palazzi, molti sono vuoti, costriuti a metà, decisamente decadenti. Stanno ad indicare la parte oscura di quella corsa al progresso avvenuta immediatamente dopo il lungo buio del comunismo. Anni di destabilizzazione, dove il potere ha abdicato a chi, con i soldi, ha potuto occupare ciò che voleva, dove e quando voleva.




Potrà sembrare assurdo, ma questa contraddizione, natura blu e progresso color ruggine, rende questi luoghi ancora più veri. Ci senti le gioie e i dolori dell'umanità, nulla è così tanto finto da sembrare autentico, come accade in quei grandi paradisi turistici che altro non sono che parchi divertimento all'aperto.
Un po' si strizza l'occhio ai Caraibi, anche qui come ovunque, ma è chiarissimo come quelle isole siano lontane anni luce. Siamo in Albania ed è bello così. Si sente odore di acqua salata e gasolio di camion scarburati. Ci si tuffa in un blu incredibile e, dall'acqua, si osservano pecore e capre che pascolano sulle colline arse dal sole. Gli ombrelloni multicolore, le insegne kitsch, il caos di casette e palazzi, la luce accecante, le anziane vestite di nero e le giovani ultra scollate e inbrillantate, i cespugli e le trattorie di pesce, ti ricordano che questo è Mediterraneo, con la M maiuscola.




E il Mediterraneo si vede e sopratutto si sente anche nella parte vecchia della città. 
La Cittadella, così chiamata perchè posta in posizione strategica a difesa di molti chilometri di costa, si trova a meno di tre chilometri dagli ombrelloni.
Siamo saliti nel primo pomeriggio, sotto un sole che dava allucinazioni.
Tutto era deserto, magnifico e decadente, anche qui, ma di una decadenza e un fascino di epoca differente.


La città vecchia è un antichissimo borgo di sasso solcato da vicoli e giardini, invaso da ulivi, oleandri, viti, fichi e macchia mediterranea.
Poche case sembrano quantomeno saltuariamente abitate, le altre, sulla cima della collina, sono sventrate e senza tetto: open space sullo Ionio.
Solo una capra ci osservava incredula metre ci aggiravamo tra le rovine. Una brezza appena percepibile ci inondava di voci e storie, che dall'entroterra si bagnavano di mare, per poi tornare a nascondersi tra boschi e rocce.




Himarë, proprio come una chimera, ci ha confuso, sputando fiamme di sole sulle lastre di pietra rovente.
Città turistica di gente da spiaggia ma anche borgo silenzioso di collina, Albania ma anche Grecia, Ovest, ma anche Est.


Abbiamo camminato velocemente nel borgo antico, per l'esigenza di continuare il viaggio verso Sud, ma quanto è bastato per sentire l'autenticità del luogo.
Sassi bianchi e porte azzurre ci hanno parlato la lingua madre del Mediterraneo. Icone ortodosse conservate nelle soffitte durante il comunismo e ora rispuntate in vecchie chiese, tra affreschi oramai invisibili, ci hanno narrato un'ulteriore storia.
L'arsura ci premeva dentro ma la bellezza la sovrastava: silenzio e rovine, porte azzurre, grandi ulivi, cicale...




Un anziano, al bar, ci ha parlato un italiano stentato, indicando con l'indice un luogo e gesticolando una sparatoria.
Gli italiani qui hanno combattuto, da invasori. Ci dice "Duce, Mussolini" e poi "Italia, ora amici".

Lasciamo Himarë con dentro una giungla di appunti, che affiorano solo ora, dopo mesi da quelle giornate.
Certi percorsi si assopiscono, per poi risvegliarsi, quando meno te l'aspetti.
Le fotografie sono fari per ritrovare la via. 


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