Sarajevo e... i miei Presepi


Io non lo so per quale motivo (potrebbe essere una predisposizione genetica, oppure qualcosa visto da neonato che mi ha particolarmente turbato), ma da sempre, almeno da quando ho ricordi nitidi, ho uno strano rapporto con i Presepi.


Quando i miei genitori o i miei nonni creavano insieme a me il Presepe o mi portavano, sotto le feste natalizie, a visitare quelli sparsi per case e parrocchie, il mio occhio, la mia curiosità, la mia fantasia non cadevano mai sulla capanna con Gesù bambino, Maria, Giuseppe il bue e l’asinello.
Certo, osservavo con gioia la rappresentazione della natività, ma fugacemente, perché il collo mi si girava sempre, quasi fosse un riflesso incondizionato, verso l’alto.


No, non sto parlando del tetto della capanna con l’Arcangelo Gabriele… la mia curiosità si è sempre spostata più indietro, nelle retrovie, in particolare su per quelle colline fatte di cartapesta, legno e scatole da scarpe ricoperte di muschio: verso quelle piccole casette che, in ogni Presepe che si rispetti, sono sempre presenti.


Le case, le piccole case erte sulle colline, che spesso fanno da contorno, da cinta muraria, a quella magica rappresentazione, erano il mio angolo segreto di libertà.


Immaginavo in quale di essa vivesse il mugnaio, e quanta strada esso dovesse percorrere ogni giorno per recarsi al suo mulino. Immaginavo la finestra della stanza di quel pastore che ora era lì, in valle, ad abbagliarsi insieme ai suoi animali dell’arrivo del Salvatore. Sognavo che in una piccola soffitta si nascondesse il brigante, che al piano terra della stessa casa passasse invece la vita la vecchia saggia del villaggio, anch’essa scesa, a fatica, ad ammirare il Bambino nato nella mangiatoia.


Più studiavo l’architettura sbilenca di quegli edifici, più sognavo di vagare senza meta su per quelle piccole stradine deserte, mentre tutti gli abitanti erano corsi laggiù, estasiati da un evento insolito e straordinario, all’ombra di una stalla e una stella cometa. 


Dalla prima volta che ho visitato Sarajevo ho sempre avuto dentro di me la stessa, intima, sensazione: lo stesso impulso ad abbandonare la straordinaria bellezza del centro storico ottomano e austro-ungarico per avventurarmi tra le viuzze acciottolate e le case dai tetti rossi delle colline che circondano questa città, a forma di anfiteatro, che ricorda così tanto i Presepi della mia infanzia.
Ho capito, poi, che anche le diverse religioni, la fratellanza e la guerra, la difficile condizione umana sorretta però da un genius loci straordinario... molto avevano a che vedere con il luogo della Natività.



Questo, però, non era assolutamente chiaro nella mia testa prima dell’ultimo viaggio: sentivo sì, sempre presente, la voglia di esplorare anche le parti meno note della città, ma non capivo quel forte collegamento con i ricordi dei miei Presepi.


La scorsa estate, in pieno agosto, in un caldo pomeriggio da cicale, ho capito.
Mi sono inerpicato come altre volte sulle colline di Bistrik per fare una semplice passeggiata, ma in un preciso momento, durante la salita, un lampo ha spalancato la cassapanca impolverata dei ricordi.
Ho pensato: “sono in mezzo alle casette del Presepe, finalmente!”. Tutto era totalmente silenzioso, solo un cane randagio, stranamente solitario, a farmi da guida.


Ed ecco che, attraverso la macchina fotografica, ho deciso di “esplorare uno sfondo", senza attori... Perché? perché i veri protagonisti del Presepe sono in fondo quelle persone che scendono ad ammirare la nascita del Salvatore, e non importa di che religione o credo, condizione economica o fede politica essi siano... è per loro che lui è nato, no? per tutti, dicono.
E dove sono ora? Non ci sono, non c'è nessuno, saranno in vacanza forse, o al lavoro...oppure, come mi piace immaginare, tutti in affannosa ricerca del proprio Salvatore, tra le faticose e frenetiche attività di ogni giorno.


Allora penso che mentre essi lasciano vuoti case, cortili e vie, ho la fortuna di vagare e osservare il "loro Regno", posso registrarlo: un regno semplice, talvolta buffo e un po' decadente, che però è pieno di segnali, di dettagli, di simboli e, in fondo, di vita.
In un ipotetico giorno di completo svuotamento della città per un evento tanto normale quanto straordinario, provo quindi a restituire ciò che rimane dell'uomo. La sua impronta.


…e chissà che direbbe oggi, la mia nonna, se sapesse che del suo piccolo presepe amavo più quelle casette sgangherate della capanna lucente…
Molto probabilmente capirebbe, lei che faceva parte di quella generazione nata non dentro, ma appena di fianco, alle stalle e alle mangiatoie.


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