La memoria delle cose, Antichità Castellani


Ogni anno lo concludo con quello che per me rappresenta un lavoro particolarmente significativo.
Il 2013 si chiuse infatti con "Ritorno alla terra", un racconto fotografico reportagistico che racconta di una storia vera.
Nell'ultima parte di quest'anno la mia attenzione si è spostata invece su qualcosa di meno strettamente narrativo. Il sentiero di quella ricerca interiore che sta alla base dello scrivere e del fotografare, della progettualità che mi spinge ad uscire per cercare qualcosa da fissare e raccontare, mi ha portato a concentrarmi sempre più sulle cose, sugli oggetti.


Ho già raccolto fotografie di questo nuovo "filone" in altri post di ques'anno, dove i più significativi per me sono "La memoria delle cose", con foto raccolte nella tavernetta-museo di mia zia e "Oggetti, memoria, racconto e forma: un dialogo a due", con foto raccolte alla Fiera Antiquaria di Arezzo tramite le quali ho provato a narrare, attraverso un finto dialogo a due, molte delle motivazioni che mi hanno spinto e mi spingono in questa nuova direzione.


Con questo ultimo post del 2014 non voglio quindi tornare su cose già scritte, ma aggiungere comunque un nuovo, importante tassello di questa ricerca.
Le foto che scorrono lungo questo post sono infatti "arrivate" alla fine di un percorso tortuoso e meditato. Il formato, il colore, la luce, l'uso della pellicola e di una particolare emulsione, il luogo non sono casuali. Rappresentano scelte strettamente collegate al cuore del progetto: la memoria racchiusa negli oggetti, l'intreccio di storie che si dipana dagli accostamenti casuali degli stessi e la riflessione sul vero valore delle "cose".


Queste immagini sono state scattate nel magazzino di un importante nogozio di antiquariato di Cortona (AR), "Antichità Castellani", grazie alla disponibilità dei titolari e all'amica artista Sara Lovari. Tutto ciò che è visibile dalle foto è quello che ho trovato: non ho spostato né aggiustato la posizione di nulla.


Mi sono ritrovato da solo in questo luogo magnifico, ricco di cose bellissime e antiche, nel mezzo di una vera e propria alluvione di memoria collettiva concentrata in pochi metri quadrati. Ci ho passato diverse ore e ho realizzato unicamente una ventina di immagini.
E' stata appassionante e, direi, eccitante, la sensazione di avere davanti a me un continuo "problema da risolvere": ritagliare da un grande caos di oggetti ammassati dei quadratini in grado di esprimere un significato; rebus visivi che potessero "dare il la" a narrazioni personali di chi osserva queste immagini; poche righe di un libro che lasciassero, alla penna di ciascuno, la libertà di proseguire il proprio racconto. 


Non voglio allungarmi oltre con le parole, per lasciare spazio a queste immagini. 
Ma mi preme tuttavia riportare qui alcune citazioni che mi hanno aiutato ad indirizzare questa ricerca, quando il sentiero, per me che devo essere sempre in grado di spiegare e spiegarmi tutto razionalmente, si faceva confuso.


La prima, lunga, citazione è tratta da una tanto bella quanto sconosciuta canzone di Francesco Guccini: Vite (Potete ascoltarla qui).

Mi piace rovistare nei ricordi
di altre persone, inverni o primavere
per perdere o trovare dei raccordi
nell'apparente caos di un rigattiere:
quadri per cui qualcuno è stato in posa,
un cannocchiale che ha guardato un punto,
un mappamondo, due bijou, una rosa,
ciarpame un tempo bello e ora consunto.
Pensare chi può averli adoperati,
cercare una risposta alla sciarada
del perché sono stati abbandonati
come un cane lasciato sulla strada.
Oggetti che qualcuno ha forse amato
ora giacciono lì, senza un padrone,
senza funzione, senza storia o stato,
nell'intreccio di caso o di ragione.

E la mia vita cade in altra vita
ed io mi sento solamente un punto
lungo la retta lucida e infinita
di un meccanismo immobile e presunto.
Tu sei quelli che son venuti prima
che in parte hai conosciuto, e quelli dopo
che non conoscerai, come una rima
vibrante e bella, però senza scopo.
E' inutile cercare una risposta,
sai che non ce ne sono e allora tenti
un bussare distratto a quella porta
che si schiude soltanto ai sentimenti...



La seconda è del grande fotografo emiliano Luigi Ghirri.

"Mi interessano gli oggetti che tutti definiscono kitsch, ma che per me non lo sono mai stati. 
Oggetti carichi di desideri, di sogni, di memorie collettive"



La terza è tratta da una canzone di Paolo Benvegnù, che mi ha suggerito la mia amica Erica Andreini.

E vive ancora il sentimento delle cose, mentre noi amiamo controllare tutto
La vita i pensieri degli altri, la morte.
E non amiamo neanche il pane che mangiamo. 
Noi non ringraziamo
Ma vive ancora il sentimento delle cose
Vivono gli alberi, le case, i sassi, i nostri sogni le tv a colori, 
le navi senza radici. 
E siamo stupidi a pensare di esser soli,
senza più limiti, senza più colori.

Mentre noi siamo tesi a moltiplicare tutto...
Mentre noi siamo tesi a moltiplicare tutto...

Possibile che mentre dominiamo tutto, ricostruiamo tutto e distruggiamo tutto?

Ma forse allora i sentimenti delle cose ci chiameranno ci sveleranno tutto.

E forse ci re-insegneranno lo stupore.



Intreccio di vite, storia e memoria, potere dello stupore, risposta alle domande del nostro tempo.

Tutto questo vedo e sento nel dialogo, silenzioso e profondo, tra le cose.



Questo lavoro è stato oggetto della mostra "Oggetti Parlanti" realizzata presso il Caffè La Saletta di Cortona.
L'esposizione ha accostato questo progetto a "Diario Minimo" di Erica Andreini ed è stata curata da Tiziana Tommei di Galleria 33.

Qui un estratto del testo critico della curatrice, che ringrazio:

Sebbene in chiave realista e di presa immediata del mondo, mette di fronte a rappresentazioni in cui l’ironia dechirichiana si palesa tra decontestualizzazioni di cose comuni e loro ricontestualizzazioni in una dialettica di spazio e altri oggetti, fino ad innescare cortocircuiti cognitivi. Scattare in analogico significa dare vita a qualcosa di tangibile, concreto, unico e irripetibile. Per il fotografo emiliano, la messa da parte del digitale non è un vezzo stilistico, ma una scelta concettuale e tematica, prima che formale.
“Antichità Castellani” rappresenta una parte di un lavoro più ampio, nel cui titolo è racchiuso il significato: “La memoria delle cose”. Come in “Diario minimo”, è sottesa la volontà di raccontare, il fattore tempo, quello della narrazione e non della storia, e, non per ultimo, il tentativo di evocare un sentire intimo, segreto, nascosto, mai direttamente afferrabile.

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