Camminando nella mia testa

Talvolta, quando cammino nei boschi, mi pare di immergermi nella mia stessa testa.
Vago tra i fitti alberi-capelli, come pensieri ammassati, cercando di trovare un varco, una fessura, un poro... per guardare dentro.
Specie in autunno o in primavera, nelle stagioni delle nebbie fitte, mi pare davvero di perdermi in mezzo alle elucubrazioni di un cervello fumante.
Nulla si vede oltre la coltre della fitta rete di immagini elaborate dalla grigia materia.
Nulla all'orizzonte, oltre la collina esplosa nel bianco.
Nulla si sente oltre la rete dei capelli scossi dal tempo.
Nulla di nulla, oltre a tronchi, rami e foglie umide scosse da vento.
Solo io, libero, di fronte alla selva dei pensieri miei.


Qualche pensiero è spezzato, divelto dalla tempesta.
Altri sono giovani e ritti, in cerca di luce, gonfi di linfa.
Altri ancora vecchi e stanchi, fermi lì, arenati ormai da anni.
Poi ci sono quelli che attendono pazienti, tolleranti l'ombra, covano silenziosi, pronti un giorno ad esplodere.
E infine quegli altri, rossi di vergogna, che si nascondono tra le frasche.

Ci cammino in mezzo, quasi divertito, li osservo e parlo con loro.
"Eccoti, pensiero nobile dell'anno passato! dov'eri finito? Non ti sei più fatto vivo..." 
"Non nasconderti, vecchia paura mai assorbita, ti vedo, dietro quel ramo in fiore"
"Lasciami camminare, rovo terribile dei sogni non realizzati, spina malvagia delle frasi non dette, cespuglio impenetrabile delle storie mai chiuse, dei ponti bruscamente interrotti senza un perchè, delle scuse mai recapitate, dei grazie tenuti stretti tra i denti"...


Quello che era un bel divertimento si trasforma presto in angoscia crescente.
In questa selva, pensieri sereni e sconvolgenti si mischiano e danzano assieme, mi deridono e prendono il controllo dello spazio, del tempo, delle forme. 
Scende ancora più nebbia e la vista si appanna, vago nel vuoto.
Se sono dentro me stesso, dove sono finito... io?

All'improvviso una macchia rossa, il confine, la meta o semplicemente il punto di partenza.
Lascio i miei pensieri arborei, avvolti dalla nebbia, oltre la cancellata arrugginita che quanche buon pastore ha pensato bene di mettere qui, nel punto esatto tra follia e quotidianità.

Suona la sveglia, squilla il telefono, arriva una notifica da un social network... sono vivo.

Siamo troppo umani per essere liberi.


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