Spomenik. Tra arte, propaganda e verità


La prima volta che passai in macchina per la valle della Sutjeska non diedi molto peso a quelle ali di cemento armato che svettavano dalla collina erbosa.

Immaginai un semplice monumento, uno dei tanti, che non valeva la sosta dal viaggio e la fatica della salita a piedi.

Scoprii poi, da un volantino turistico impolverato, appeso in un locale di Sarajevo, che si trattava di qualcosa di decisamente interessante. 
Sono tornato, due anni dopo, a scoprire quest'opera d'arte a cielo aperto.


Spomenik. Strano nome! Quasi da film di fantascienza... ma è così che sono chiamati i monumenti commemorativi voluti da Tito, lo storico Presidente Jugoslavo, dedicati alle battaglie partigiane della seconda guerra mondiale.

Ce ne sono molti, sparsi per l'ex stato socialista degli Slavi del Sud. Alcuni distrutti dalla guerra degli anni '90, altri dimenticati, avvolti dalla boscaglia e graffiati dall'abbandono. Altri ancora, come quello dedicato alla storica battaglia della Sutjeska, ancora lì, a testimoniare qualcosa che fu. E non si parla solo della battaglia in sé, della resistenza partigiana, ma anche di quello che venne dopo, di una "nazione da costruire".


Miodrag Zivkovic è il nome dell'artista che progettò l'intera area monumentale della Sutjeska, fatta non solo del grande monumento dedicato alla battaglia cruciale che qui si svolse e che permise ai partigiani titini di sfondare l'assedio nazista, ma anche di camminamenti, un anfiteatro e un memoriale: "L'idea era di creare sì un luogo della memoria, ma ancor prima un luogo di incontro per costruire la fratellanza e l'unità della Jugoslavia''.

Il Governo chiamò quattro artisti e chiese loro di partecipare ad un concorso a numero chiuso. Zivkovic e il suo gruppo vinsero e nel 1964 iniziarono a lavorare al progetto.


Un'interessante intervista di Zivkovic apparsa sull'Osservatorio Balcani e Caucaso rende appieno la spinta ideale e la passione che l'artista mise nel concepire l'opera: "Ho voluto esprimere la grandezza della battaglia della Sutjeska. Ho familiarizzato con questa battaglia, era semplicemente parte di me. Ho cercato di proporre una creazione che esprimesse la sua grandezza, il suo significato e che fosse, al contempo, una soluzione scultorea e spaziale significativa, che potesse restare nello spazio e nel tempo".


C'è restata e come, caro Zivkovic! E' successo di tutto dal 1971, anno di inaugurazione dell'opera, con Tito, i dirigenti di partito in pompa magna, i combattenti, Richard Burton ed Elizabeth Taylor sul tappeto rosso; il mondo intero è cambiato, ma camminare su per quelle scalinate parallele e ripide che portano alla collina del monumento, arrivare col fiatone ai suoi piedi e oltrepassare, col collo teso, la testa all'insù, quel varco, il tuo "varco verso la libertà", ancora oggi fa tremare le vene dei polsi...


Il grande spomenik volta le spalle alla valle, si protende verso monte, verso il luogo esatto dello storico sfondamento. La schiena è cemento armato ma il fronte è fatto di sangue, di occhi, di pelle umana. Compaiono, stilizzati, i volti partigiani. In colonna, accerchiati, pronti a tutto. Si trasformano in una fiamma, come un incendio sospinto dal vento, protesi verso la vittoria finale.


Qualcuno, dai piani alti di Belgrado, criticò la scelta artistica di inserire figure umane, ma Zivkovic fu ferreo: "Per quanto ne so, la breccia sulla Sutjeska è stata fatta dalla gente. Gente in colonna, combattenti, lavoratori... e io voglio che vengano raffigurati anche nel monumento". Fu Tito in persona a dare l'ok, assecondando l'idea dell'artista. 


Si continua a salire, nuove scale, verso l'anfiteatro. Da lassù il monumento perde di imponenza, ma assume eleganza, sembra il colletto di una enorme camicia. Ogni fila di sedute rappresenta una brigata di combattenti. Furono molti i morti in questa battaglia campale durata mesi: quasi tremila tra nazisti e collaborazionisti, oltre settemila e cinquecento tra le file partigiane, che tuttavia riuscirono a sfuggire alla morsa.


Dopo l'inaugurazione del monumento furono tante le generazioni di Jugoslavi che visitarono quest'area, per anni e anni avvolta dalle voci di scolaresche in gita, adolescenti e giovani ospiti dei campi estivi. Giovani di tutte le repubbliche jugoslave: Sutjeska fu infatti un luogo concepito per unire le nuove generazioni della  nuova nazione, sotto il collante comune di un evento storico grandioso, che apparteneva ugualmente a tutti.


Propaganda di regime? Può essere, anzi, è sicuramente stato.

Ma leggere le parole dell'artista, così appassionato e deciso nel cercare di dare un senso sia di storia che di futuro, quasi di "costruzione della nazione", al suo creare, così come scorrere in fila tutti quei luoghi geografici delle differenti brigate, ora appartenenti a Stati differenti, fa pensare, mette nostalgia.


Il memoriale oggi è chiuso, vuoto, si leggono solo, dai vetri opachi, poche lettere di una frase del vecchio Presidente. Al monumento arrivano pochi turisti, qualche curioso e alcuni, oggi serbi, sloveni, bosniaci, montenegrini, macedoni, kosovari o croati, che tornano coi figli nel luogo dove vissero alcune estati spensierate, all'ombra del monumento ai partigiani, ma senza il sentore acre della guerra, tra vino, chitarre e qualche patetica parata in costume jugoslavo.


Gli spomenik furono un'idea del governo socialista per mantenere alta la fierezza del popolo, per dire: "guardate cosa siamo riusciti a fare", "non dimenticate gli ideali fondanti della nazione", "osservate la nostra potenza e sentitevene parte".

Tanti regimi, forse tutti, così come tante nazioni democratiche, hanno pensato a soluzioni simili. Ma in questo caso qualcosa fu differente e fece degli spomenik i monumenti commemorativi ancora oggi tra i più interessanti, dal punto di vista artistico, di tutta Europa.

Citando ancora Zivkovic: "Ci siamo distanziati molto dal realismo socialista. A quel tempo eravamo completamente liberi di esprimere questi avvenimenti come volevamo, non avevamo nessun ostacolo, non dovevamo eseguire il volere di nessuno. Noi abbiamo ricercato l'idea e abbiamo raggiunto queste significative realizzazioni artistiche e spaziali, che sono simbolo della libertà, simbolo di questa rivoluzione. Un messaggio che credo debba ancora essere trasmesso alle nuove genrazioni".

La chiave di volta fu proprio quella di affidare il compito ad artisti validi, lasciati liberi, almeno nel caso di Sutjeska, di interpretare la storia e trasformarla in visione, immagine, oggetto-simbolo, luogo fisico di un'imponente metafora indimenticabile.


Lo spomenik di Sutjeska fu risparmiato durante la guerra recente, proprio perchè simbolo universale, amato, o quantomeno rispettato, da entrambe le fazioni qui in lotta.

Rimane ancora oggi, nonostante il tempo, la retorica di regime dissolta insieme alla jugoslavia e l'incuria, un'opera d'arte in grado di smuovere pensieri ed emozioni.



Jan Kempenaers, fotografo belga, ha realizzato un lungo e interessante lavoro di documentazione su tutti gli spomenik sparsi per l'ex Jugoslavia, visibile qui: http://www.jankempenaers.info/works/1/2/ 

Ringrazio Tiziana Tommei per avermi aiutato nell'editing delle immagini.

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