Tra le pietre (in inverno) a Pocitelj


“Un luogo raro e prezioso è questo. Qui lo sguardo della mente può spaziare nel tempo e nell'intreccio delle storie umane in ere differenti. O così pare, magari solo per un attimo. Ma quella visione, non importa se sfuggente e incompleta, merita la ricerca di un luogo come questo, risolleva chi sta provando un dolore profondo” 

Così il premio Nobel per la letteratura Ivo Andrić descrive Počitelj, antico borgo medievale aggrappato su una brulla collina dell'Erzegovina e con i piedi a mollo nella Neretva di smeraldo, il fiume che pochi chilometri più a monte china la testa sotto al vecchio ponte ricostruito, il famoso Stari Most di Mostar, capolavoro umano d'ispirazione divina.




La "città di pietra", altra definizione usata da Andrić per narrare di questo borgo, è uno dei grandi tesori architettonici della Bosnia Erzegovina.
Sorto su un colle strategico tra l'Adriatico e l'entroterra, dove la Neretva è più stretta tra le montagne, rivestì nei secoli, a tratti, un vero e proprio ruolo geopolitico per queste terre. Dapprima colonia militare ungherese, divenne dal 1471 un avamposto dell'Impero Ottomano: una mano chiusa a pugno verso l'Europa, per difendersi dall'ostile Dalmazia, sopratutto dal 1698, quando Venezia conquistò le coste oggi croate.



Počitelj fu molto importante nel periodo ottomano e per questo venne ampliata e valorizzata architettonicamente non solo per la difesa militare ma anche per il vivere civile, unendo lo stile moresco a materiali e a tecniche tipiche dell'area. Nella città sorse la torre dell'orologio, una Moschea, un Hammam (bagno publico), una Madrassa (la scuola coranica) e una pubblica cucina (Imaret).


Conquistata infine dall'Impero austo-ungarico, dal 1878 perse d'importanza politica e iniziò rapidamente a deteriorarsi... ma qui iniziò un'altra storia altrettanto affascinante.


Durante gli anni della Jugoslavia questo antico borgo attirò artisti sia dal Paese che da tutta Europa e dal Mondo. A Počitelj sorse così una vera e propria colonia di pittori, scultori, scrittori e musicisti che trovarono qui fonte di ispirazione e luogo di comunità e scambio.

La Jugoslavia appoggiò il movimento e creò qui un'ufficiale "Colonia Artistica Statale".

Tra i tanti artisti di Počitelj ovviamente anche il grande Andrić (che al borgo dedicò una novella uscita postuma) e un pittore italiano, Vittorio Miele, che si ispirò alla città di pietra per una serie di opere.

 

Poi, però, addio arte, addio nottate a bere, suonare, a fare l'amore e a parlare di luci, di cieli, di nubi.

Arrivò anche tra le pietre del borgo l'assurda e assordante guerra degli anni '90. Počitelj fu più volte assediata e bombardata, la popolazione musulmana inviata nei campi di concentramento. Grandi croci croate furono issate nelle antiche strade e sulle torri ottomane, a dominare il vuoto di uomini e la distruzione quasi totale lasciata dopo il conflitto.


Oggi Patrimonio mondiale dell'Umanità, l'antico borgo è in fase di lenta e costante ricostruzione. In estate viene assalito dai pulman di turisti diretti a Medjugorie e Mostar, per una salita veloce su per i lastricati e un altrettanto veloce rientro: toccata e fuga, quasi una "sosta pipì" nel programma delle agenzie di viaggio.

Gli abitanti tentano di vivere vendendo frutta fresca ai turisti, sembrano quasi increduli ma accettano il via vai con proverbiale fatalismo.


La prima volta qui, in tarda primavera, fu anche per noi un lampo di bellezza lungo la strada segnata da altre rotte.

L'ultima volta, invece, ci siamo tornati in inverno e lì, in un brevissimo momento, da solo tra i cespugli incurati, tra i muretti crollati e quelli in costruzione, nel silenzio pressochè totale, con una fredda foschia adriatica nell'aria e la nebbia bosniaca in agguato alle spalle... ho capito.

"O così pare, solo per un attimo"... proprio come scrisse Andrić. 


Ho capito che l'autentica potenza viscerale di un luogo come questo va ascoltata e vissuta in inverno.
Lo stesso effetto me lo fecero le Isole Aran in un'Irlanda un po' meno verde di quella decantata dai manifesti pubblicitari.
In quel freddo c'era la storia, in quel silenzio i popoli vocianti, in quelle sterpaglie cresciute libere si annidava un autentico mistero.

"Ma quella visione" scrive il Nobel, "non importa se sfuggente e incompleta, merita la ricerca di un luogo come questo, risolleva chi sta provando un dolore profondo".




Il dolore di queste terre lacerate, di queste croci all'orizzonte che fanno a gara d'altezza con i minareti, di questa gente sbrindellata e tenuta divisa a forza di menzogne... forse si può davvero placare solo al cospetto della storia e delle pietre.
Solide realtà messe lì, di fianco al fiume, per dirci che infondo tutto scorre, proprio come la verde Neretva, incurante dei fatti degli uomini.


Un super ringraziamento a Giulia Sgherri per l'editing delle immagini... come sempre in grado di valorizzare il "lessico della visione"

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