Un altro modo di pedalare


Quando ho incrociato per caso il laboratorio di Daniele non ho saputo resistere.
Sono entrato, mi sono presentato e ho chiesto se l'indomani sarei potuto andare a fare qualche foto.

"Lì dentro c'è aria di sogno" mi son detto. Di passato, certamente, ma anche di presente e futuro al tempo stesso.

C'è profumo di epici ricordi, radio gracchianti che annunciano il passaggio del Giro con commozione e poesia.

E' un piccolo angolo nascosto della città dove le antiche biciclette riprendono vita.



Daniele arriva puntuale all'appuntamento del giorno successivo, in sella alla sua bici d'epoca color oro. Ma le bici, li dentro, son tutte le sue!
Iniziamo a chiacchierare e mi racconta in breve la sua storia: un lavoro da rappresentante tagliato a metà dalla crisi e, di conseguenza, tanto tempo a disposizione.
Due alternative. Cascare nell'apatia, finire magari a passare le ore in un bar, oppure dare vita alla sua grande passione: recuperare, restaurare, far tornare a sfrecciare per le strade di oggi magnifiche creazioni del passato, biciclette d'epoca, non solo oggetti da collezionare, ma da sudarci sopra...




Mentre parliamo penso ad un mitico personaggio del paese vicino al mio: Pinino Politi, un omino che aggiustava le biciclette e che insieme a mio nonno andavo sempre a trovare. Un raggio rotto, un copertone liscio, ogni volta era una scusa per andare da lui per passare qualche ora insieme. Caricavamo la bici sulla Panda e via.

Pinino raccontava di Fausto Coppi e diceva di essere stato suo amico. Da Castellania il Campionissimo del ciclismo italiano scendeva fino a Castel San Giovanni per allenarsi e si fermava da lui per un bicchiere di rosso, la giusta benzina ("non come il doping di oggi", diceva) con cui ripartire.

Mentre Pinino parlava con mio nonno di storie passate io, bambino, guardavo in alto e vedevo un mondo fantastico fatto di ruote, talai e manubri ricurvi, con sopra uomini forti impegnati in epici passi alpini. Le fotografie in bianco e nero alle pareti, le maglie delle squadre locali e i trofei in mostra sugli scaffali impolverati e trasudanti d'olio contribuivano all'atmosfera.

Fu in quella bottega che mi innamorai della bici.



Sognavo da bambino e faccio lo stesso qui, da Daniele, nel 2014.
C'è la bici del lattaio e quella del postino, la bici da gara e quella da città, un casco, una borraccia e tanti copertoni che se li sfogli raccontano, come le pagine di un libro.

Storie di lavoro e fatica, ma anche di libertà.

E storie di un'Italia in crescita, con la voglia di rinascita. Daniele mi mostra i numerosissimi marchi italiani ricamati sul fronte dei telai, aziende produttrici di bici a spesso mai sentite nominare, ma che diedero la spinta a un Paese intero che voleva pedalare forte. Made in Italy su due ruote per sfrecciare via dalla Guerra.


Un'altra immagine mi balza per la testa. Una fotografia di un mio caro zio, sempre ovviamente in bianco e nero, immortalato da un amico mentre, durante una gara ciclistica, corre dietro a Coppi, il suo idolo. Quasi lo sfiora, Coppi tranquillo e concentrato, mio zio trentenne, vestito a festa ma trafelato, sudato, in estasi: la foto leggermente mossa, l'atmosfera unica. Mio zio, l'uomo di partito e lotta di classe... che impazzisce per un corridore.




Daniele è un fiume di parole mentre traffica tra una forcella con le sfere da sostituire e un cerchione sbilenco. Non riesce a distinguere i due temi a lui così cari: la bicicletta e i valori, perchè entrambi, pare di capire, sono parte della stessa idea.

Pedalare invece di schiacciare un pedale, respirare al posto di inalare veleni, recuperare invece di buttare via, usare le proprie forze per superare ogni salita e godere della leggerezza immensa del vento in faccia giù da ogni discesa: metafore, in fondo, di uno stile di vita.

In una società che si allontana sempre più dalle radici, veloce e a testa bassa, Daniele col suo umile operato obbliga un pezzo di mondo a fermarsi e a pensare, con lentezza, ad un'alternativa.


Parliamo di tutto e ci commuoviamo anche un po' quando mi racconta di un amico scomparso da poco, che grazie a lui, dal nulla, si era appassionato alle biciclette d'epoca. Passava le notti su internet e lo chiamava il giorno successivo per raccontargli di una nuova marca scoperta, di un nuovo pezzo mancante ritrovato nel puzzle della storia, di una nuova storia collegata a questo o a quel modello.

Fu questo amico ad inventare il motto della bottega di Daniele, chiamata "Vintage bicycles", che recita così: "Un altro modo di pedalare"...




E' proprio forte questo slogan. Pensateci: nel mondo è cambiato tutto ma nella bici nulla. Dalla sua invenzione in poi il meccanismo è sempre stato lo stesso: pedale - catena - ruota - equilibrio. Per questo, "un altro modo di pedalare" è una formidabile e sottile provocazione: non ci sono altri modi di padalare, non esistono, non possono esistere!... ci sono invece altri modi di pensare, di agire, di vivere.


Osservo ancora una volta il laboratorio-museo e vedo nitidamente idee, passione, ingegno, forza, bellezza, gusto, delicatezza e anche contemporaneità.

Il ritorno di tante persone ai pedali, il culto della bicicletta oggi così di moda anche tra i più giovani, che fa così "stile", deve far riflettere.

Non è solo feticismo.
E' una dannata, bellissima, primitiva voglia di lentezza e vento sulla pelle.
Una primordiale necessità di "un altro modo di pedalare", e quindi di vivere.


Ringrazio Giulia Sgherri per l'editing delle immagini

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