Sarajevski Duh, un racconto



Ho fatto un sogno strano, da giorni ci penso e non riesco a scrollarmelo di dosso.

La storia sognata ha inizio al quinto piano di un palazzo in stile liberty del centro di Vienna, nella redazione di un’importante rivista illustrata. E’ ancora tutto lucido nei miei ricordi…

Mentre aspettavo ansioso nella lussuosa sala d’attesa della redazione osservai assorto le strade della città: erano i primi del ‘900, lo si capiva dagli abiti della gente e dalle carrozze.
Il direttore, un anziano magrissimo e dallo sguardo arcigno, mi fece chiamare per realizzare “una foto”. Strano, mi dissi al momento dell’ingaggio, parlare di “una foto”, di una sola.
Entrai nello stanzone stracolmo di prime pagine appese e incorniciate e mi sedetti di fronte al mio interlocutore che, me ne accorsi immediatamente, si mise a fissare da subito le mie scarpe da pochi denari.

“Mi hanno detto che lei fotografa e che conosce bene Sarajevo”.

“Certo!”, risposi, “entrambe le cose corrispondono a verità”.

“Molto bene. Le pago il viaggio in anticipo, due giorni e non di più. Lei mi deve portare una foto della città, rappresentativa, piena, completa, che descriva il famoso ‘Sarajevski Duh’, lo spirito di Sarajevo così tanto declamato. Si tratta di una foto sola, le ricordo. Se mi convincerà la pagherò più di un intero servizio”.


Invano tentai di farlo ragionare. In mille modi spiegai l’immensa profondità di quella città, così sfaccettata e varia, ricca di spunti, colma di storia, caleidoscopica e complicata, meravigliosa e malinconica, dolorosa e scanzonata.

“E’ impossibile”, sentenziai, “descriverla con una foto singola”.

“Prendere o lasciare”, rispose il vecchio, “il treno parte tra un’ora e la mia rivista va in stampa tra una settimana. A Sarajevo non posso dedicare più di una pagina, quindi una foto, e neppure grandissima”.

Sorrise e mi porse un bel mazzo di soldi. Molto più del costo di un viaggio in terza classe, il mio standard abituale. Poi rise sotto ai suoi baffetti ingialliti dal fumo mentre mi osservò agguantare il denaro.

“Buona fortuna fotografo! E mi raccomando, ‘Sarajevski Duh’, l’anima alchemica della città”.


Il viaggio fu una terribile tempesta di pensieri. Più conoscevo e frequentavo Sarajevo, meno potevo immaginarmela rappresentata da una singola foto. La più grande occasione professionale della mia vita era destinata a fallire miseramente.

Scesi di buon mattino avvolto dal fumo della locomotiva nell’antica stazione austro-ungarica di Bistrik, quella che assomiglia più ad una baita alpina che ad una stazione dei treni. Mi guardai intorno, ero il solo a scendere a Sarajevo e questo mi colpì. Ma la cosa che mi sconvolse di più fu che, uscendo dal grande portone di legno cigolante, mi ritrovai nella Sarajevo dei primi anni 2000.

Portavo un cilindro e un lungo cappotto, un treppiede di legno ed un enorme, pesantissimo banco ottico, mentre la gente camminava in jeans, con gli occhi puntati agli smartphone.

E’ solo un sogno mi dissi, vai avanti e concentrati sulla tua missione.


Scesi per Bistrik costeggiando i muri rossi della Sarajevska pivara, la fabbrica della birra, risalendo poi lungo il cimitero di Alifakovac.
La città, distesa in basso, era ancora sonnolenta. La bruma bucata dai minareti avvolgeva i tetti rosso-arancio delle piccole case del centro, mentre una prima lingua di sole accarezzava la biblioteca nazionale appena ricostruita, riflettendone le tinte calde nel fiume Milijacka.

“Eccoti Sarajevo, ancora una volta”.

Respirai felice prima di ricordarmi il baffetto arcuato e subdolo del direttore viennese.
Mi misi così alla ricerca disperata di un’inquadratura che sintetizzasse lo “spirito di Sarajevo”, quella magia leggera che ha permesso, nel mezzo e al tempo stesso al confine d’Europa, la convivenza tra quattro diverse religioni, incredibile fertilità culturale ed artistica, solidarietà e tolleranza, spirito libero e introverso di una città-rifugio alta e accogliente, ricca e ironica, diversa.


Un caffè, ci volle un buon caffè della Baščaršija per darmi la forza di proseguire e una lunga fatalistica fila bosniaca al forno del pane, di fianco alla grande moschea, per riallineare il battito del cuore con quello degli abitanti della città. Poi un succo di melograno, rosso sangue, aspro e dolcissimo, spremuto da un ambulante di strada, per dimenticare l’amaro della vita. E infine dieci minuti, lunghi un’eternità, ad osservare gli anziani muovere gli scacchi giganti di fronte alla cattedrale ortodossa, per comprendere il reale scorrere del tempo.

Per tutto il giorno vagai invano alla ricerca di un’inquadratura, sudato fradicio e oppresso dal peso dell’attrezzatura fotografica ottocentesca. “Sarajevo è troppo, è tutto, non è sintetizzabile”, me lo ripetei mille volte, bestemmiando, montando, smontando e rimontando il banco ottico senza mai tentare nemmeno uno scatto di prova. Immaginai le risate di quel pazzo, insensibile direttore, il suo ghigno aristocratico.


Mi rifugiai distrutto in un locale all’aperto, posto sotto ad un grande platano. Chiacchierai con un simpatico cameriere mezzo sdentato mentre un gruppo di ragazzi al mio fianco fumava la shisha, riempiendo l’aria di un profumo dolciastro. Confessai al cameriere la mia missione e lui scoppiò a ridere, accendendosi l’ennesima Drina.

“Annusa! Annusa!” mi disse gesticolando ampiamente.

“Come fai con quel coso a registrare l’odore della shisha e quello del tabacco, il profumo dei cevapi che sfregolano sulle piastre e quello della pita che cova sotto le braci? L’aroma del caffè bosniaco e quello del pane, che qui viene sfornato in continuazione? Come puoi farcela?”.

Mi lasciò con una pacca sulla spalla e se ne andò canticchiando una nenia incomoprensibile.


Dopo l’ennesimo caffè salii per Kovači, lungo i negozi dalle facciate di legno color pastello, inerpicandomi poi per Vratnik, fino a superare l’antica porta della città e raggiungere la Žuta Tabija, il bastione giallo, a picco sul fiume e sulla valle dorata.

Era ormai il tramonto e le voci dei muezzin, ad una ad una, iniziarono il loro canto straziante, mentre nella cantina di una casa diroccata chitarre elettriche, basso e batteria intonavano un buon pezzo di rock ex-jugoslavo. Molte coppie erano sedute sulla sponda del bastione, ad osservare il tramonto che da lassù assume sempre un tono decisamente romantico. Tutti mi notarono e risero dei miei abiti e della mia ingombrante attrezzatura.


“Hanno anticipato il carnevale?” mi disse ridendo un vecchio venditore di gadget. Era avvolto in un’attillata maglietta della nazionale calcistica della Bosnia-Herzegovina che amplificava enormemente il suo ventre. Mi stette simpatico e intavolammo una conversazione piacevole, fino a  confidargli la mia missione.

“Vieni con me” mi disse accompagnandomi poco più su, in un angolo appartato, lungo la strada che conduce Bijiela Tabija, il bastione bianco.

“Ascolta, ascolta!” mi sussurrò indicando attorno a sè l’origine dei suoi riferimenti.

“Il muezzin e il rock, l’abbaiare dei branchi di cani randagi, le urla dei ragazzini che giocano a pallone, il lamento di un padre sulla tomba del figlio, i clacson delle vecchie Mercedes, un cantante che intona malinconico una Sevdalinka, il tintinnio degli artigiani del rame, l’acqua che scorre lungo il fiume e dalle mille fontane”.

Restammo in silenzio per qualche minuto.

“E’ anche questo ‘Sarajevski Duh’, non potrai mai registrarlo con quell’aggeggio”.

Mi congedò con una forte pacca sulla spalla, quasi facendomi sbilanciare.


Sceso il buio rimasi solo, con le gambe a penzoloni giù dal bastione giallo. Un cane randagio, uno dei tanti, dormicchiava al mio fianco.

Pensai che anche la storia, gli ottomani e gli austroungarici, gli ebrei che qui si rifugiarono dalla Spagna, i nazisti occupanti, i partigiani, il socialismo, l’assedio più lungo della storia moderna… anche tutto questo non era fotografabile, era lì, contribuiva allo spirito della città, ma non potevo registrarlo sulla mia lastra fotosensibile, grande invenzione e grande limite.

Osservavo laconico le mille luci di Sarajevo, dalla Baščaršija  a Ilidža, passando lo sguardo tra le finestre dei vecchi grigi palazzoni socialisti di Grbavica e i riflessi delle nuove costruzioni di vetri a specchio, quando arrivò una donna.


Si sedette anche lei sul muretto e si mise in disparte a scrivere, illuminata appena da una lucina fievole di un lampione. Era giovane, occhi neri da magiara e vestiti semplici ma al tempo stesso ricercati.

“Lei è una scrittrice signorina?” le chiesi.

“Si, ci provo, mi chiamano 'poetessa' per prendermi in giro”.

“Ho bisogno di un poeta per risolvere una difficile questione” riattaccai.

“Mai nessuno ha bisogno di un poeta!... ma tutti si lamentano del fatto che non esistono più poeti”, rispose guardando nel vuoto.

Mi avvicinai e le confessai tutto, del direttore viennese, della foto, di quell’assurdo viaggio nel tempo.


“Sarajevski Duh”, mi sussurrò incurante dei miei abiti di altra epoca, “una volta era nell’aria. Quante volte mio nonno mi ha raccontato di quella piacevole alchemica atmosfera… anni fa avresti potuto fotografare il cielo di Sarajevo e quello sarebbe bastato”.

“Ma oggi?”, domandai emozionato.

“Oggi esiste ancora, credimi! anche se in molti hanno tentato di cancellare quell’anima. Riposa dietro ogni muro che vedi. Se hai la voglia, il coraggio, l’umiltà di varcare un qualsiasi muro di questa maledetta meraviglia… ecco che lì la vedi, nei gesti, negli occhi, negli oggetti”.

Mi lasciò senza un saluto e si mise a correre veloce in discesa, lungo le lapidi bianche, fino a che scomparì nel buio.


Il giorno seguente mi svegliai presto, piazzai il banco ottico e attesi che una leggera luce velata si alzasse da dietro le colline. Mi misi di fronte ad un muro qualsiasi, alto, di quelli per metà intonacati e per il resto grezzi che si trovano ovunque a Sarajevo. Da dietro al muro spuntava un albero, che sovrastava tetti e comignoli, che compresi nell’inquadratura.


Scattai e poi a fatica noleggiai una vecchia camera oscura praticamente in disuso, in uno scantinato di un mercante nei pressi del mercato Markale. Con piacere osservai, ore dopo, il risultato sulla carta appesa al filo.

Corsi alle poste ad impacchettare l’immagine e a predisporre una raccomandata urgentissima per il direttore.

Gli scrissi così: “Missione compiuta. Sarajevski Duh è dietro ogni muro. Raccomandi ai suoi lettori di partire, di venire quaggiù con animo libero e di ricercare”.

Fu allora che mi svegliai di soprassalto.


Ringrazio Giulia Sgherri per l'editing delle immagini

4 commenti:

  1. Risposte
    1. Grazie Andrea! Mi fa piacere che le mie parole abbiano contribuito a suscitare il tuo interesse per la città, che sono sicuro non ti deluderà

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  2. Complimenti per le foto ed il racconto, non sono mai stato a Sarajevo ma ne sono attratto da tempo.

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  3. This is such a beautiful reminder of that even more beautiful time spent together

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