Nebbia

 
 "Ma dov'è che sono? Mi sembra di non stare in nessun posto.
Ma se la morte è così... non è un bel lavoro. 
Sparito tutto: la gente, gli alberi, gli uccellini per aria, il vino...Te cul!"


Questa frase è tratta da una scena fondamentale di un noto e importante film di Fellini, Amarcord. E' la scena in cui il nonno si perde nella nebbia, a due passi da casa... una sequenza che riguarderei all'infinito, perché quell'atmosfera è per me così cara, intima, delicata ma al tempo stesso difficile, ogni volta, da digerire fino in fondo.

Registi (Fellini), sceneggiatori (Zavattarini), ma anche cantanti (Luciano Ligabue, Guccini, Augusto Daolio), scrittori (Celati), pittori (Antonio Ligabue), fotografi (Ghirri) e filosofi (Eco), solo per citare quelli a me più cari, nati sulle sponde del Grande Fiume, hanno indagato la nebbia, questo fenomeno meteorologico così metaforico, inserendolo di forza nella loro poetica, imprescindibile elemento da accostare al genius loci.

Per me nebbia è sinonimo di quella parola così difficile e definitiva: "casa".
E' anima e rapprensetazione di quel territorio così talmente piatto che ti costringe a sognare. 
E' una coperta avvolgente che vela il mio ritorno, a "casa", da quando sulle sponde del Po non vivo più.

Sento l'esigenza di muovermi, la mattina presto, dal Paese in mezzo a campi e fossi, tra la nebbia fitta e il silenzio, fino al grande squarcio d'acqua che taglia in due la pianura. Un percorso obbligato, un richiamo della mia terra a cui non so resistere, un pellegrinaggio tra radici scoperte, e ogni volta ri-scoperte.


Ma dov'è che sono? Mi sembra di non stare in nessun posto...

Prorpio come il nonno di Amarcord mi sento smarrito, non tanto nel luogo, che conosco come le mie tasche, ma nel tempo. Non vedo più avanti, non vedo più indietro: potrei essere il bambino che qui veniva quando aveva appena imparato a stare in equilibrio sulla bicicletta; oppure quel vecchio che si riposa pescando; potrei essere l'adolescente che scorrazzava sulla ghiaia dell'argine con la Vespa appena comprata; potrei essere un uomo o un animale, un airone, una lepre. Questo "nessun posto" in cui spuntano all'improvviso figure di alberi tra zolle e canali è in realtà un luogo ricco e affollato: una prateria per la fantasia, un campo aperto per la malinconia, un fiume in piena della memoria.

Ma se la morte è così... non è un bel lavoro...

Sottopassi e strade mozzate dal muro bianco, fili dell'alta tensione tagliati all'improvviso, prima dell'orizzonte, erba umida, pozzanghere e cascine abbandonate. Silenzio rotto solo da qualche gracchiare improvviso. Questi luoghi li vivono in pochi oramai, in queste mattine non c'è proprio nessuno. Ma quel "tutto" che sparische è una moltitudine che ritorna. Prendono vita nella scena quei tipici personaggi di paese che non si vedono più da anni, gli amici perduti, gli amori svaniti, i cari scomparsi. C'è tutto perchè non c'è nulla, il muro di fronte è fatto d'ossigeno e idrogeno, lo passi e lui rimane davanti ai tuoi occhi, lo buchi e si riforma tale e quale. Ti rassegni, ad un certo punto, alla sua invincibile immortalità e inizi a viverlo per quello che è: non un muro, ma un sipario.
Se la morte è così... ci toccherà sognare anche da morti. Si potrà ancora attendere, sospirare, immaginare... sai che noia bianche nuvole su un cielo azzurro patinato...

Sparito tutto: la gente, gli alberi, gli uccellini per aria, il vino...

L'atmosfera di morte si ribalta, ruota su se stessa. Cammina, cammina, si torna in quel luogo che ognuno di noi non ricorda con gli occhi, ma che non scorderà mai. La "casa" dei giorni prima di vedere il mondo.

"La nebbia è uterina. Ti protegge. Legioni di esseri umani desidererebbero tornare nell'utero (di chiunque, come diceva Woody Allen). La nebbia ti realizza questo sogno impossibile. Ti concede una felicità amniotica".

Ecco, con questa frase di Umberto Eco rientro nel liquido mondo primordiale arrivando al Po, che come sempre attende paziente.
Acqua piatta sconfinata, lama argentea allungata fino all'Adriatico, mulinelli netti e improvvisi, come doglie.

Ritorno a casa, mi rinfilo a letto. Forse non ci sono neppure mai stato in questo percorso "tra la Via Emilia e il West", tanto, chi può avermi visto del resto?

Mi sveglio e la nebbia è sparita. Ma mi sento strano. Perduto, morto, rinato, ancora una volta.


 Ringrazio tantissimo Giulia Sgherri per l'editing di queste immagini.

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