Volti, di qua e di la dallo Stretto

Nell'ultimo viaggio in Sicilia e Calabria, con Chiara, Betty e Matteo, ho compiuto un passo difficile, ho inziato cioè ad avvicinarmi di più alle persone, cercando di scrollarmi di dosso la vergogna di puntare l'obiettivo ai loro occhi e, anzi, chiedendo a loro stessi di poter essere fotografati.
D'altronde, volendo in qualche modo raccontare quella terra, non potevo non fotografare la gente. Sono loro, infatti, che mi hanno consegnato le emozioni e i valori più forti: calore, ospitalità, amicizia, tradizione, allegria, condivisione, idea di "grande famiglia".

Il sud, si dice in un noto film con pratonista Claudio Bisio, fa piangere 2 volte: quando arrivi e quando vai via.
Arrivi, e noti dapprima disordine, architetture incompiute, abbandono, caos, poca organizzazione.
Ma poi conosci le persone. Inizi a vivere del loro ritmo lento e riflessivo, del loro gesticolante entusiasmo, della loro ingombrante ospitalità, della loro tranquilla malinconia... e te ne innamori.

Così, ancora una volta con Salvo, grande amico dei Monti Nebrodi in Sicilia, ho goduto di rituali e abbuffate, storia e paesaggi inimmaginabili altrove. La famiglia riunita dopo l'uccisione del maiale, a cucinare le frittole, pascoli sconfinati, città fatte di lava, alle pendici del grande vulcano e paesi arroccati, dalle architetture in bilico tra Europa e mondo arabo.

In uno di questi stupendi paesi, San Marco d'Alunzio, abbiamo incontrato un gruppo di ragazzi impegnati in un'antica tradiziome, quella di portare nelle case la statua di Gesù bambino, come benedizione, e di farla correre per il borgo a suon di tamburi. Le prime foto sono di loro.



Al di là dello stretto, in Calabria, siamo stati ospitati a Nasiti, sopra Reggio, paese di origine di Lino, il padre di Chiara e Betty.
Anche qui l'accoglienza è stata calorosa, abbiamo respirato l'aria arcaica dei paesini dell'entroterra insieme all'ampia schiera di parenti, che ci hanno fatto ingrassare a vista d'occhio. Eravamo ospiti e quindi si sono aperte per noi le porte del paese: la casa di Zia Angela, fulcro della comunità, e quella di altri paesani, che ci hanno regalato la loro musica, facendoci ascoltare il ritmo allegro del tamburello e i suoni tradizionali della zampogna e dell'organetto, strumenti antichi delle montagne calabresi.
Così ho potuto immortalare Zia Angela, Mino, i cugini e un altro compaesano, suonatore d'organetto, che dopo una vita a Torino ha scelto di tornare qui, nella sua terra, per la pensione: quale luogo milgiore per dimenticare la nebbia e l'umidità?








E poi, stupendo, una mattina siamo stati al mercato di Reggio Calabria. Li abbiamo assaporato quell'aria profonda di sud che si esprime nei rituali, nelle gesta e nelle urla dei venditori di frutta, verdura e pesce, che rappresentano un tratto folcloristico della gente del sud, ma anche vero, profondo e coinvolgente. Anche loro ci hanno accolto, tra acquirenti altrettanto agitati e urla dedicate agli sconti dell'ultimo minuto. Nei loro visi e in quelli della maggior parte delle persone che ho incrociato e fotografato ho visto la fierezza di gente semplice, con radici profonde, che sopravvive tra grandi difficoltà in un territorio povero perchè spesso malgestito, a causa dell'interesse dei pochi sui tanti.
E quindi mi viene da pensare che il Sud fa piangere 3 volte, non 2. Quando arrivi e quando vai via, ma anche quando ti accorgi di questa grande forza e potenzialità, delle persone e del territorio, tenute a freno volontariamente e in modo criminale.

Potrei infatti raccontare la Reggio Calabria delle vie stracolme di spazzatura, dopo il recente commissariamento del Comune per mafia, ma preferisco parlare con le immagini di questa gente, di questa cultura, così grande da meritaredi più, molto di più.

 






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