Monte Alfeo. Un anello tra rovi, faggi e paesi in via d'estinzione

Monte Alfeo, a pochi passi dalla Cima
L’Alfeo è una cima imponente, una vera Montagna, con la M maiuscola.

Il “Signore della Val Trebbia”, così viene chiamato, è cosparso su tutto il corpo da boschi fitti, ha un cappello tondo di prati brulli ed è circondato dalle acque. Poggia i suoi tre ripidi fianchi in valli profonde, solcate da torrenti selvaggi, Boreca e Dorbera, e un fiume straordinario, il Trebbia. Che sia per questo che si chiama così? Alfeo nell’antica Grecia era una divinità fluviale. 

La cima dell'Alfeo da Campi

L’Alfeo è forse l’unica cima dell’Appennino piacentino a mostrarsi così isolata, massiccia, adulta, alpina. Per questo era considerata sacra dalle popolazioni liguri che abitavano queste valli. Dalla statale tra Ponte Organasco e Ottone appare cupa, misteriosa, severa. La sua ripida parete nord, in ombra, è cosparsa di alberi piegati dalla forte pendenza e deformati dal vento, ed è tagliata, al centro, da un rivolo, che in inverno appare come una striscia bianca, una linea retta, che parte dalla cima per perdersi nell’immensità dei boschi circostanti, piegati come carta stropicciata fatta di vallecole, crinali, gole.


Decido insieme a Paolo, compagno di questa escursione, di salire all’Alfeo da Campi, un paese arroccato di fronte ad Ottone, dalla parte opposta del Trebbia, raggiungibile in macchina. L’idea è di compiere l’anello attraverso due sentieri storici che uniscono Campi a Bertone, gli abitati dei versanti Est e Sud della montagna.

Il Monte Alfeo dai primi pascoli sommitali

Saliamo lungo mulattiere, sentieri lastricati e muretti a secco, da subito in costante salita, in direzione della vetta, che già sbuca dai boschi come una sentinella silenziosa. Osserviamo una grande frana alla nostra sinistra, proseguendo tra campi (il nome del paese da cui siamo partiti è indicativo) che stanno lasciando inesorabilmente il passo ai rovi. Qui però la situazione non è così drammatica come altrove: un agriturismo, che scopriamo gestito da un ragazzo con la sua famiglia, invia le vacche al pascolo per contrastare, come soldati alla frontiera, l’avanzata del nemico spinoso. Proseguiamo fino ad una fonte e a pochi passi da essa troviamo, nel bosco, un grande buco, alto come un uomo: forse una vecchia ghiacciaia. Non ne siamo sicuri, ma di certo c’è lo zampino dell’ingegno umano… Proseguiamo poi arrivando al limite della vegetazione, dove iniziano i primi pascoli sommitali. Il bosco è particolare, aceri montani quasi in purezza, radi, con piante di agrifoglio sorprendentemente alte e vigorose. La presenza della prima specie indica che i pascoli, prima, scendevano almeno fino a qui. Nei primi prati, tra antichi cippi di confine, troviamo un osso decisamente grande, poi un cranio ce lo conferma: si tratta di una mucca morta quassù, ormai da qualche tempo. Pensiamo alle cause, abbiamo dubbi, ma poi, al termine della giornata, il ragazzo dell’agriturismo ci svelerà il mistero. La mucca era la sua e sono stati i lupi a fare colazione, pranzo, merenda e cena. I cinghiali a ripulire gli avanzi. La Val Boreca, qui di fianco, è da sempre popolata dal lupo, ma oggi la sua presenza è in costante ascesa: l’uomo arretra, lui ritorna e poi avanza, un fenomeno normale. 

Proseguiamo sul sentiero CAI 115, che sale in sella al crinale rivolto alla Val Trebbia per seguirlo quasi fino alla vetta. Lambiamo l’oscura parete nord, da cui sale un profondo ululato, continuo e spettrale. Non siamo suggestionati dalle ossa ritrovate, è il vento, che si incanala con prepotenza e risale la parete, facendone vibrare le corde fatte di roccia e legno. Camminiamo tra faggi contorti e bitorzoluti, graffiati dal vento di cresta, e radi abeti bianchi. La presenza di quest’ultima specie è dubbia. In queste aree d’Appennino l’abete era normalmente presente nelle faggete ma le modalità di gestione hanno finito per relegarlo in pochi nuclei, come quello della Tana di Monte Nero, in Val Nure. Forse si tratta di semi arrivati fino a qui da rimboschimenti vicini? Il volume “I tipi forestali della Liguria” indica come “naturale” il popolamento di abete bianco del Monte Alfeo: siamo quindi di fronte, molto probabilmente, a una bella rarità botanica di questa parte d’Appennino.

La Madonna posta in cima alla vetta

Ormai siamo in cima, il sentiero taglia la parete erbosa fino all’altro crinale, quello rivolto verso il Mar Ligure. L’erba ripida ci porta finalmente, dopo 2 ore e mezza di salita, al cospetto della Madonna che domina la vetta. Su questa statua e su questa cima c’è un simpatico aneddoto, che mischia la storia recente dei due paesi toccati da questo anello al passato profondo di queste valli, e che dimostra quanto questa montagna sia sempre stata considerata sacra e importante.

Agli inizi degli anni 50’ la sezione CAI di Bolzaneto (Genova) decise di erigere quassù un monumento religioso, essendo l’Alfeo una delle poche montagne rimaste senza croci o statue. Una gita sociale partì con un quintale di cemento distribuito negli zaini dei partecipanti all’escursione, oltre agli attrezzi occorrenti per realizzare la piattaforma, dove fu installata una piccola statuetta della Vergine. Gli abitanti di Campi e Bertone osservarono con invidia il lavoro dei “cittadini” così, pochi anni dopo, decisero di sostituire quella piccola statua, che era stata nel frattempo rovinata da un fulmine (da qui nacque poi una leggenda legata ai partigiani), costruendone una ben più grande e adatta alle dimensioni e al significato della “loro” montagna. Durante gli scavi per ampliare le fondamenta del basamento essi trovarono, a circa un metro di profondità, alcune monete e un bronzetto votivo molto antico, risalente alle popolazioni liguri, presso le quali era diffuso il culto delle vette. Il bronzo, oggi conservato nel Museo civico di Piacenza, sta probabilmente a significare la presenza di convegni e rituali svolti sulla cima di questo monte, che la storia antica e moderna confermano da sempre venerato e rispettato. L’aneddoto del ritrovo del bronzetto votivo è raccontato da Fabrizio Capecchi nel suo “Un’Isola tra i monti” (ed. Croma), mentre è possibile ascoltare il racconto di un membro della sezione CAI di Bolzaneto grazie alla “Banca della memoria” (www.memoro.org). 

La Madonna sulla vetta dell'Alfeo
La madonna dell'Alfeo, alle spalle il Monte Lesima

Il panorama è vasto, stupisce e mozza il fiato. Le alpi, oltre la Pianura Padana, coprono quasi 180 gradi della nostra visuale. Dalla parte opposta ad esse il Mar Ligure, coperto da nubi basse e, in fondo, la silhouette della Corsica. Poi, più vicini, tutti i monti dell’Appennino piacentino-parmense da un lato e dell’Oltrepò dall’altro. Semplicemente straordinario.


Panorama dalla vetta

Dopo aver messo qualcosa sotto i denti scendiamo verso Bertone, addentrandoci in un bosco di faggi che ha una storia da raccontare. A poche centinaia di metri dalla cima ci si trova di fronte a qualcosa di singolare. Un bosco nel bosco, con piante di dimensioni eccezionali. Si tratta di alcune decine di alberi, ma i veri mastodonti sono solamente sette o otto. Questi faggi plurisecolari, con diametri che si avvicinano e a volte superano il metro, svettano come giganti con altezze che superano i trenta metri.

Il gruppo di faggi secolari dell'Alfeo
Il gruppo di faggi secolari dell'Alfeo

Sono stupendi da osservare dal basso verso l’alto, hanno l’eleganza di una cattedrale barocca e il portamento tronfio di un grattacielo newyorkese. Più volte, salendo l’Alfeo, mi sono impressionato al cospetto di questi monumenti naturali. Da piccolo, mi ricordo, abbracciai uno di questi tronchi insieme a mia mamma e altre due persone, per riuscire a chiudere il cerchio. Da studente forestale, anni fa, mi chiesi il motivo dell’esistenza di questo piccolo nucleo di piante enormi, mentre tutt’attorno il bosco appare molto, molto più giovane. Per svelare il mistero chiesi ad un abitante di Bertone, la cui risposta mi lasciò di stucco. Tutto il versante della montagna che dà verso il paese, mi disse, era formato da orti, campi, prati e pascoli. Lassù in cima, il piccolo bosco di faggi serviva per il meriggio, ovvero per garantire l’ombra al bestiame nelle ore più calde e assolate. Alzai la testa e vidi rovi, arbusti e un bosco fitto, laddove l’uomo parlava di mucche e contadini. Stentai a credergli e se ne accorse. “E’ strano a credersi”, disse, ma da qui fino al crinale, tutto ciò che vedi, non esisteva fino agli anni 50’ – 60’. Me lo ricordo bene, qui era tutto pelato, p-e-l-a-t-o! e pulito…”. Dovrebbero fare questo giro quegli ambientalisti “da scrivania” che parlano, anche per l’Italia, di carenza di boschi e della necessità di piantare alberi. Questi faggi immensi e vecchissimi non sono stati salvati da qualche filantropo amico della natura, ma sono testimonianza vivida del rapporto tra uomo e ambiente, dell’equilibrio creato nei secoli attraverso animali e attrezzi da lavoro, sudore e fatica. Il bosco serviva per mille motivi alla gente di montagna e veniva tutelato per questo. Tutelato, ma contenuto, per lasciare altri spazi alla produzione di grano e patate, altri ancora a quella del fieno, altri per il pascolo. Oggi non solo gli uomini ma anche i grandi faggi dell’Alfeo, piano piano, lasciano spazio al nuovo bosco d’invasione. Uno dei mastodonti è già crollato, sotto il peso della neve e la spinta del vento: era biforcato a pochi metri d’altezza e per questo, alla base, era il più largo di tutti.

Paolo sul grande faggio caduto

E’ proprio questo che abbracciammo. Ho anche una foto in cui sono arrampicato fino al taglio dei due tronchi di cui era formato. Provo nostalgia io, semplice viaggiatore. Mi immagino chi, quassù, aveva vissuto.

La foto, di alcuni anni fa, sul faggio biforcato oggi caduto
Il grande faggio caduto

Dobbiamo trovare qualcuno con cui parlare a Bertone, vogliamo capire, ricostruire. Scendiamo lungo una stradina selciata, a destra e sinistra di essa muretti a secco impressionanti per le loro geometrie e gli incastri perfetti. Alcuni crollano, ed è normale, ma nessuno più li ricostruisce. Restano lì, immobili mucchietti di memoria. Al di là dei muri campi terrazzati, invasi dalla vegetazione. Guardando a monte sembra di osservare una mano, che partendo dal bosco scende lenta a conquistare, metro dopo metro, il versante. Le unghie sono i rovi, le dita gli arbusti, il palmo è il bosco già fitto e compatto. Solo la fascia vicina al paese è, finalmente, curata e custodita.

Il paese di Bertone, dal bosco di faggi.

Bertone ci accoglie silenzioso. Due camini fumano mentre il resto delle case, alcune in abbandono, altre ristrutturate, sonnecchiano al sole. In una delle due case abitate vediamo persone, parliamo con un ragazzo che ci invita ad entrare. Arriviamo così nella cucina di Tina e Giacomo Molinelli, due dei cinque abitanti invernali del paese. Inneschiamo il discorso parlando dei faggi monumentali. Ci spiegano dell’importanza della faggeta per il Paese, confermandoci di quanto il versante che oggi vediamo boscoso e fitto di arbusti sia stato un tempo pulito, popolato di campi, orti, pascoli e persone. La faggeta serviva anche per “fare foglia” e preparare il “letto” agli animali, era a protezione del paese e garantiva la legna per tutti. Durante la guerra, dai frutti di quei faggi uscì pure l’olio per cucinare. Era considerata di fondamentale importanza la faggeta, una tessera di un puzzle altrimenti senza significato. Giacomo rimarca più volte, sospirando, di quanto un tempo era “bello” e soprattutto “vivo” il paese. Lui, muratore da una vita, ne ha costruito un bel pezzo. Ci racconta vari aneddoti e scopriamo che fu proprio lui uno degli scopritori della famosa statuetta, sulla cima dell’Alfeo! Tina ci parla di quando si saliva in cima al monte per fare il fieno, scendendo con una slitta dalla stradina lastricata che abbiamo percorso. “Un tempo era tutto curato, sasso per sasso, pianta per pianta, ora non c’è più nulla, è tutto finito”.

Bertone e i suoi pochi campi ancora curati

Giacomo si fa prendere dai ricordi e ci apre una bottiglia di rosso. Ci parla della scuola (le povere giovani maestre che salivano quassù dalla città!), dell’osteria, della chiesa, delle tradizioni, del postino... che scopro con stupore sia anche qui uno dei due mitici fratelli Rebollini, di cui ho raccontato in un altro post. Poi arriva alla realtà. Lui e sua moglie Tina vanno avanti con 2 mucche: sono loro che curano gli ultimi campi rimasti. Inutile dire che invece di incentivare queste ultime sentinelle della montagna italiana, la burocrazia e le leggi di questo stato che ha dimenticato di essere contadino fanno di tutto per scoraggiarli. Fanno ancora il formaggio (la passione di Tina) ma ancora per quanto? Allevano ancora i vitelli, ma venderli non è più redditizio. E poi ci si mettono pure quelli che qui vengono solo saltuariamente. “Veniva un allevatore dal paese di Campi a portare le bestie, e il versante era un po’ più pulito”, ma le mucche sono animali e gli animali non vanno sempre a genio a tutti, a causa dei loro comportamenti “naturali”. Fatto sta che dopo proteste e richiami a diritti di proprietà e di uso del terreno, le mucche non le portano più e i rovi ne prendono il posto. Quando parla dell’incuria dei campi Giacomo si contorce sulla sedia, ribolle di rabbia: “Quando vedo tutti quei rovi mi si ritorcono le budella!” dice stringendo i pugni. Ma sa che loro, i rovi, sono più numerosi e veloci di lui e sua moglie, ultimi custodi di uno dei paesi più periferici e sperduti della provincia.

Il campanile e i tetti di Bertone.

Giacomo ci accompagna all’imbocco del sentiero basso per Campi, che percorriamo per chiudere l’anello. Questa era la vecchia strada, ci ricorda. Quella nuova, posta sul versante opposto della valle, è arrivata solo alla fine degli anni 60’. Ed è servita per far partire la gente.

L’ultimo tratto, in leggera discesa, lo percorriamo ripetendo le parole ascoltate nella cucina di Tina e Giacomo. Un misto di storia, passione, amarezza, amore, rabbia, umiltà. 

Passiamo al di sotto dell’imponente frana che vedevamo dall’alto, all’andata. Al suo fianco un insieme di muri mezzi crollati, ricoperti di edera e avvolti in un lenzuolo di alberi e arbusti. E’ Campi vecchio, un antico borgo probabilmente abbandonato a causa di quello smottamento. Immagino per un attimo Bertone così, e provo la stessa sensazione di rivoltamento delle budella di Giacomo. Poi mi dico che in fondo è giusto, che la storia è passata e poi se n’è andata via, qui come altrove, una cosa normale. 

Mi sforzo, ma non riesco ad accettare l’idea. E la visione, all’arrivo, di un agriturismo funzionante, gestito da una persona giovane, non fa altro che spingere sull’acceleratore dei miei pensieri.

Forse perché alle grandi aree selvagge e vergini della terra preferisco questi posti, resi magnifici non solo dalla natura, ma anche dalle mani pazienti dell’uomo. E credo ancora che luoghi come questi ci servano, e ci servano vivi, non solo ricordati in un museo. Potrei elencarne i tanti motivi razionali, dall’aspetto culturale a quello della qualità alimentare, fino alla protezione idrogeologica del territorio. Ma alla fine di questo anello preferisco dare voce, semplicemente, alle mie emozioni.

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