Alla ricerca del passato, sulle tracce del Postino

Da mesi avevo per la testa questo trekking, che mi ha affascinato da subito sia per il luogo in cui si snoda, la selvaggia Val Boreca, che per il nome: "Il sentiero del Postino".

Cinque tra i paesi più sperduti dell'Appennino piacentino sono toccati da questa vecchia via, percorsa ogni mattina del Postino della Val Boreca fino a poche decine di anni fa. Sedici i chilometri, più di mille i metri di dislivello.

Mi incammino alla buonora dal ponte sul Boreca che si incontra scendendo da Zerba verso Belnome, lungo il sentiero segnato dal CAI, direziona Artana. La salita parte subito ripida ma non ci faccio caso: i miei pensieri sono tutti rivolti a lui, questo personaggio semplice e leggendario che era il portalettere in queste montagne. Immagino i suoi passi, i suoi pensieri, il suo caldo estivo e il gelo invernale, la sua quiete. Annuso l'aria che respirava camminando radente ai muri di sasso, una volta curati e manutenuti, oggi sbilenchi e mezzi crollati. Il mio sguardo, nei pochi spiragli di panorama che regala il bosco fitto, si perde lungo le valli che ho di fronte: boschi, boschi e poi boschi, a perdita d'occhio.

Panorama dal sentiero per Artana

Li immagino vivi questi boschi, vivi di gente. Trovo un cavo di una vecchia teleferica a sbalzo legato ad una ceppaia di castagno, arrugginito, abbandonato. Immagino il Postino che ascolta il picchiare del pennato, il ronzio ritmico delle seghe, il rumore goffo e il fiato ingolfato delle prime motoseghe. Immagino i suoi pensieri: "Ecco Mario già al lavoro", "laggiù Gianni carica la legna, andrà giù in pianura con i suoi cavalli, "Gino arriva ora, con i figli, a ripulire il fiume", "Nando è già lassù con le vacche al pascolo".

Una vecchia teleferica per l'esbosco del legname
 

Il silenzio assoluto mi riporta alla realtà, lotto con arbusti e cespugli e sbuco ad Artana, il primo paese che incontro dopo un'oretta di scarpinata. Trovo il borgo grazioso e vitale... strana tutta questa gente... infatti è inusuale trovarlo così movimentato: parlo con due signore, mi dicono che "oggi è la festa del Patrono". La tradizione vuole che il paese sia addobbato con fronde di maggiociondoli fioriti, e così mi godo questo trionfo giallo di fiori per le vecchie vie lastricate. Pochi metri fuori dal "centro" torno in completa solitudine e osservo il vecchio lavatoio. Immagino il nostro Postino incrociare con lo sguardo le donne intente a lavare la biancheria. Vedo saluti, risate e qualche occhiata di troppo alla scollatura o alle cosce di quelche giovane nel fiore degli anni...

Le strade di Artana addobbate a festa
Il lavatoio di Artana
Riparto lungo una mulattiera che a sali e scendi enra nel profondo della valle. Nel mezzo del nulla trovo una casa. E' incredibile, avvolta completamente dal bosco, quasi incantata. Qui, mi diranno poi due signori, abitava una famiglia. Lui, l'uomo, era un solitario, stava bene nel suo paradiso terrestre a debita distanza dai centri abitati. E il paradiso c'era e come: tra gli arbusti di oggi vedo gli alberi da frutto e i prati assolati di ieri. Immagino il nostro portalettere fermarsi qui, per un bicchiere di rosso, due parole e magari per consegnare qualche rara raccomandata. Trovo una bottiglia, segni di vita, avvolti dalle ortiche.

Particolare della casa tra Artana e Bogli
Ancora qualche centinaio di metri e incrocio una chiesetta. Colgo un fiore e lo appoggio vicino alla Madonna. Gli altri sono finti, chi viene più a sostituirli quassù? Immagino il Postino fermarsi per un ringraziamento: è fatica tutti i giorni farsi questa strada, ma che fortuna essere impiegato alle Poste e non minatore o manovale!

Dopo poco arrivo poi a Bogli, incrocio chiesa e cimitero, quest'ultimo sospeso tra altri boschi fitti, infiniti e il cielo. In paese mi accolgono due signori anziani, originari di questo borgo ma oggi residenti nel genovese. Mi parlano di Gianpaolo Pansa e del suo libro ambientato qui durante la resistenza (I nostri giorni proibiti - Ed. Sperling e Kupfer), e mi ricordano che il bisnonno di Arturo Toscanini, il grande musicista, era di Bogli (mi mostrano orgogliosi la loro casa). Si parla del passato e del presente, del mitico Postino (loro se lo ricordano bene!) e del futuro... "Oggi qui d'inverno non vive più nessuno, ma se andiamo avanti così... ci sarà da ritornarci a coltivare grano, patate e lenticchie" è la conclusione.

Il cimitero di Bogli

Gironzolo per il paese, è stupendo, un'architettura incredibile fatta di sassi e archi... se fosse in Trentino o in Toscana sarebbe patrimonio dell'umanità, ma è qui ed è in bilico. Incrocio un signore arzillo, Remo Toscanini, che mi fa da guida: mi mostra l'ingegneria dei canali di scolo per le acque, i forni a legna che sbalzano fuori dalle case (per risparmiare spazio), le cantine fatte ad arcate, gli antri studiati per raccolgiere le deiezioni degli animali e farne concime, i balconi in ferro battuto realizzati dal fabbro locale... è scatenato Remo, racconta, non si ferma più: "negli anni 20 qui abitavano 600 persone! c'èra l'ufficio postale come a Voghera!". Oggi una sola persona con residenza, nessuno d'inverno. In meno di un secolo un mondo intero si è stravolto.
Chiedo del Postino, se lo ricorda bene, ogni mattina... e mi porta là dove raccoglieva le lettere: c'è ancora la vecchia cassetta, con l'insegna "Regie Poste". E' sigillata da un pezzo di legno. Mi racconta di un aneddoto tragico: di cinque o sei morti sotto una valanga mentre stavano aprendo d'inverno il sentiero nella neve proprio per il passaggio del portalettere.

La cassetta delle lettere di Bogli

Remo mi mostra la prigione partigiana, dove vennero compiute torture sui fascisti e collaborazionisti catturati, la fontana gelida dove venivano buttati i prigionieri in pieno inverno, il greppe dove decine di loro vennero costretti a scavarsi la fossa, prima di essere fucilati. La guerra, penso, non risparmia nessuno... anche i giusti della storia qui si sono sporcati di sangue, tanto quanto i nazisti in altre ciscostanze.

Mi perdo via nei dettagli di questo borgo intriso di storia rurale. Le vecchie botteghe, le chiese, i balconi, la fontana... sembrano incredule, sospese nel vuoto, piene di vita ma senza vita, implose. Fotografo un antro curioso, con seggiola, cappello, giacca e bastone ma senza nessuno: mi sembra l'immagine adatta per raccontare queste sensazioni. Poi una serratura fatta a cuore, slancio artistico del vecchio fabbro.

Particolare di una casa a Bogli
Serratura e portone di legno a Bogli

Ho perso un sacco di tempo e devo assolutamente ripartire... il sentiero scende vertiginosamente a valle nel Boreca per poi risalire a Suzzi, sul versante opposto. Camminando incrocio un vecchio castagneto da frutto, alberi maestosi non più curati e oggi avvolti nella giovane boscaglia. Prima la castagna era il pane per la gente di montagna, questi luoghi erano praticamente sacri... oggi nei grandi tronchi marci e caduti fanno la tana gli animali.

Vecchio castagno da frutto crollato, oggi tana di un animale
Arrivo finalmente al vecchio mulino di Suzzi, nel ventre profondo della valle, lungo le acque verdi del Boreca che un tempo dava energia alla ruota che faceva nascere la farina. Oggi il mulino si vede a malapena, della ruota nessuna traccia. Mi consolo contemplando la magnifica cascata, inarrestabile come il tempo che ha spazzato via questa civiltà contadina, che forse sta evaporando solo momentaneamente, proprio come l'acqua, per poi ripioverci addosso.
Immagino il nostro Postino scambiare qualche parola con il mugnaio e portarsi a casa, all'occorrenza, un po' di farina, come riconoscenza per quel ruolo così importante di "connettore" con il resto del mondo. Già, il Postino di ieri è l'Internet, il Facebook di oggi. Incredibile.

Il torrente Boreca

La cascata di fianco al vecchio mulino di Suzzi
Altro scorcio della cascata

Dopo due chiacchiere con un simpatico pescatore risalgo su una carrareccia ripida verso Suzzi. Qui mi fermo a mangiare un panino e a rinfrescarmi all'immancabile lavatoio. Una signora non mi nota e passa tronfia con una testa stracolma di bigodini multicolore. Qui, immagino, non deve passare tanta gente. Mi consolo però vedendo qualche timida vacca al pascolo... c'è ancora chi resiste. Mi volto e vedo Bogli dall'altro lato della valle: quasi stento a credere che un paese sia nato lassù.

Bogli visto dal paese di Suzzi

Proseguo in quota e arrivo a Pizzonero, nome più adatto ad un pirata che a un paesino di montagna. Questo è forse il borgo più solitario, sperduto e abbandonato dei cinque, incassato in una valle laterale e decisamente disperso nei boschi. Non trovo anima viva se non un gatto, che mi scruta e mi segue tra i muri intonacati di bianco. I segni dell'abbandono sono ovunque, ma è emblematico un balcone, con ancora la sua bella ringhiera in ferro battuto, ma senza pavimento.

La chiesetta all'ingresso di Pizzonero
Gatto a Pizzonero
Il balcone fantasma
Tra Pizzonero e Belnome, ultimo paese dell'anello, si cammina in quota lungo un bel bosco di faggi. Incredibili le piante bitorzolute ai lati della strada, capitozzate  forse un tempo per fare fascina e oggi trasformate in "mostri vegetali".

Faggio bitorzoluto tra Pizzonero e Belnome
Arrivo infine a Belnome e qui sono deciso a sapere qualcosa in più del Postino che ho seguito lungo questo magnifico percorso ricco di storia, natura, cultura. Trovo un signore intento ad aggiustare un muretto a secco e un altro, più anziano, che lo rimprovera: "perchè hai gitato quel sasso? poi quando mi siedo mi pungo il culo! ci sarà pur stato un motivo se i vecchi lo hanno messo nell'altro verso! o no??".

Quando mi nota rimprovera anche me, perchè ho fatto tutto quel percorso da solo... Gli parlo del Postino e lui cambia espressione. Lo conosceva benissimo, perchè era proprio di Belnome. Il giro che ho fatto io, mi racconta, è l'anello contrario a quello del portalettere: lui partiva da Belnome verso Pizzonero, poi Suzzi, Bogli e Artana. Partenza alle cinque del mattino, ritorno ad ora di pranzo. Ogni santo giorno.

Scopro che in realtà "il Postino" erano due persone, due fratelli. Mi dice i nomi: Franco e Pino Rebollini.

Oggi sono morti entrambi. Riposano nel piccolo cimitero di Belnome, insieme ad un mondo che non c'è più.

Giglio selvatico a Belnome. Per Franco e Pino Rebollini, ultimi postini della Val Boreca



6 commenti:

  1. eccoci!mi hai fatto commuovere..sul momento ho pensato che fosse dovuto alla distanza da casa, alla nostalgia del paese natio, ma poi ho capito che non è così: è la tua abilità nel saper cogliere i dettagli, nel soffermarsi sulle sfumature, nello stanare il particolare unico e meraviglioso nelle cose più semplici.
    é la stessa straordinaria capacità che ti rende un fotografo eccezionale, in grado di comunicare a noi semplici osservatori di passaggio, la purezza di un paesaggio e la tenerezza di un momento, la sobria bellezza di un gesto quotidiano, di una sedia abbandonata in un cantuccio..
    insomma grazie perchè mi hai fatto essere li con te, stavolta ad inerpicarmi su per quel sentiero ripido, inseguendo la storia dei due fratelli postini, come tutte le altre volte in cui, per un momento, mi hai portato nei Balcani, con te e Monica,o a vedere le balze del Valdarno, o ancora mi hai fatto entrare nella tua cucina, mentre tua mamma preparava la pasta fresca...

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    1. Grazie Virgi! ripeto... sei tu con questo commento che hai fatto emozionare me!

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  2. Molto interessnte come reportage, sono posti che non conosco bene, ma mi sembra che meritini, ci andrò senz' altro.

    Complimenti per il blog.

    Paolo

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    1. Grazie Paolo!
      ti consiglio vivamente la Val Boreca, è selvaggia e semplicemente stupenda.

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  3. Sono stato in Val Boreca per un primo contatto con amici .
    Sono ..un po' disabile ... ma il giro del postino me lo farò piuttosto a 4 zampe !!!

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  4. grazie, per far vivere a tutti un pezzo di storia, per le emozioni che regali e per la divulgazione di paradisi quasi dimenticati.

    PAOLO

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